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La Coctelera

Categoría: Attualità

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History of Domenico Riccio

Domenico Riccio is been born in Valle Agricola, in province of Caserta, the 29 July 1950 and she has been moved in “antico et populare Stato” of Lucca in the june of 1974.
It has trained the city of the "arborato cerchio” for beyond 20 years, before like communal councilman of opposition and then, for seven years and means and until the February of 2006, with Deputy mayor. He is also candidate to the Chamber of deputies, the Senate and Mayor of Lucca.
Provincial director of patronage ENAS, has covered for approximately twenty years the assignment of provincial secretary before the Cisnal mayoralty and then of the Ugl. Married,has a son chess player. He appeals to to write in backs and prosa and has published the following works:
1) “Damnic”, book of lyric (Maria Pacini Fazzi publisher, Lucca 1988);
2) “Nexus”, book of lyric (Maria Pacini Fazzi publisher, Lucca 1991);
3) “Storys of infancy of Damnic”, novel (Maria Pacini Fazzi publisher, Lucca 2003, pp. 190 to € 10,00);
4) “The seminarista”, novel (Maria Pacini Fazzi publisher, Lucca 2004, pp. 160 to € 10,00);
5) “the topa of Capannori”, novel with the introduction of the Minister Altero Matteoli (Editions Biagini, Lucca 2005, pp. 320 to € 20,00);
6) “The challenge of Fazzi”, instant book (Litotipo S. Marco, Lucca 2005, pp. 160 to € 10,00), book repudiated from the author and not in sale;
7) “Sproloquio on the mystery of the existence of the evil and therefore also of the good”, e-book (Ass. Cesar Viviani interfree, Lucca 2006, releasable one free of charge;
8) “2006 - a year with ribbons”, personal, political, social, historical and cultural reflections (Nicola Calabria publisher, 2007).
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Le sorche dei cuoiai (di Domenico Riccio)

(scritto in collaborazione col Ser mastro artigiano Claudio ne'
Cerasomma da Lucca)
In piazza della Misericordia si fermò per la solita bevuta alla
fontana della Pupporona, così detta per la bella statua di Naiade col
seno scoperto. Poi si avvicinò alla chiesa di San Salvatore e si fermò
a guardare l'architrave della porta destra della facciata.
L'architrave della porta di fianco, sul quale è raffigurato il
miracolo di San Nicola ed è opera del Biduino, lo aveva già ammirato
in altra occasione. Spostandosi per osservare meglio la
rappresentazione della leggenda dello scifo d'oro, notò svariate
solcature verticali sui marmi degli stipiti delle porte.
- I soliti vandali! - esclamò, rivolto anche ad un volontario della
Misericordia che era seduto sui gradini della chiesa.
Il ragazzo, che poi disse di chiamarsi Claudio e divenne suo amico,
gli spiegò invece che quelle non erano opere di irresponsabili.
- Si tratta - disse - delle famose "sorche dei cuoiai". Se ci fa caso,
vedrà che le ritrova davanti a quasi tutte le chiese della città.
- Sorche dei cuoiai? - ripeté Damnic incuriosito. - E cosa sono?
Un tempo - raccontò Claudio - quando la gente si recava a messa ed
aveva qualcosa da farsi rammendare, la lasciava ai cuoiai davanti alla
chiesa e la ritirava all'uscita. Durante la messa, questi lavoravano
con grossi aghi e per rifare la punta li passavano sul marmo e così
formavano le "sorche".
(tratto da "La topa di Capannori")
Ma cerchiamo di capire meglio.
Nell'alto medioevo i cuoiai avevano botteghe ed esercitavano l'arte
nella contrada di Sant'Andrea, a differenza dei pellai che erano in
Pelleria (inteso come quartiere, perché l'attività veniva esercitata
soprattutto in via delle Conce).
Ma il 25 Agosto 1382 la Repubblica approvò i nuovi ordini
sull'industria della cuoieria, stabilendo che questa doveva essere
esercitata "se non in contrada S. Tomeo in li luoghi dove anticamente
è usato di farsi" e che anche le botteghe dei cuoiai dovevano essere
comprese dentro detti termini, "dalla ruga che vae da san Giorgio a
sancta Giustina in suso verso sancto Tomeo" (che sta per San Tommaso)
e quindi in via delle Conce in Pelleria,
La via delle Conce in quei tempi era una calla, ovvero una via d'acqua
costruita artificialmente da una diramazione presso l'attuale zona di
S. Frediano (v. Lucca, il paesaggio e l'architettura dell'acqua e
L'acqua fonte di attività produttive di Gilberto Bedini).
Le attività di trattamento del pellame venivano svolte in locali posti
al piano terra in grandi vasche di pietra, forse ancora oggi
esistenti. In particolare nel fondaco, che fa angolo fra via S.
Tommaso e via delle Conce. I pellai erano in stretto contatto con i
cuoiai. E non si può escludere che nelle zone adiacenti esistessero
laboratori di cuoio dorato e argentato usato per libri, mobili ed
altro. E' invece certo che essi erano obbligati ad esercitare la loro
attività all'interno delle mura, pena addirittura l'impiccagione.
Ma l''esercizio dei cuoiai si estendeva anche al di fuori dei
laboratori. Ed era normale vederli sostare all'ingresso delle numerose
chiese della città, specie nei giorni di festa, quando maggiore era
l'afflusso di gente.
Chi si recava in chiesa gia sapeva che avrebbe trovato almeno un
cuoiaio davanti all'ingresso e ne approfittava per farsi fare
riparazioni su capi in pelle. Finita la messa, ritirava i capi
rammendati e pagava il corrispettivo pattuito.
Va considerato che nel medioevo le pelli avevano un ruolo essenziale
nella vita quotidiana. Non esistendo le materie sintetiche di oggi,
venivano utilizzate per le borse, gli zaini, le sacche, i capi di
abbigliamento, le calzature e soprattutto per le sellature di cavalli
e muli, ma anche per i filamenti da traino e le coperture dei carri; e
l'elenco potrebbe continuare.
I cuoiai, principalmente per le riparazioni su cuoio e pelle,
utilizzavano aghi molto lunghi e spessorati , molto più lunghi di
quelli che venivano usati dai tappezzieri per ricucire le matrasse
(materassi). I testi non riportano questa usanza di lavorare davanti
alle chiese, ma la cosa è stata tramandata verbalmente e non può certo
finire nel dimenticatoio.
E quegli aghi, per penetrare le pelli, dovevano mantenere la punta
sempre bene affilata. Per questo motivo essa veniva strusciata
ripetutamente sul marmo di un pilastro e l'operazione di sfregamento
ha prodotto nel tempo delle vere sorche (o solche), ovvero delle
solcature più o meno profonde e comunque evidenti nel marmo stesso.
Davanti a quasi tutte le chiese di Lucca, di lato ad ogni ingresso,
possiamo dunque ancora oggi vedere sugli stipiti di marmo e sui
blocchi adiacenti quelle che sono diventate le sorche dei cuoiai.
Le quali, però, non si notano sui marmi del duomo di San Martino (per
la verità una l'ho riscontrata di persona, ma una sola). E forse il
motivo sta in ciò che è scritto su una lapide fatta apporre sulla
facciata da papa Alessandro II nel 1070, in occasione
dell'inaugurazione della cattedrale completamente ristrutturata, che
in sostanza dice: "Chi tocca il duomo sarà scomunicato" (vedi testo
integrale, dettato in esametri latini direttamente dal papa, nel pezzo
di questo libro intitolato Papa Alessandro II, vescovo di Lucca).
Nelle intenzioni del pontefice la minaccia d'anatema era naturalmente
rivolta a coloro che avrebbero osato distruggere o anche modificare la
struttura del tempio, ma i cuoiai, per estensione o per paura, visti i
tempi, avranno forse pensato che la scomunica potesse arrivare anche
per una semplice scalfitura e non l'hanno toccato.

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La Madonna dello stellario (di Domenico Riccio)

Nella ricorrenza della festa dell'Immacolata Concezione, ogni anno i lucchesi, dopo aver ascoltato la messa nella vicina chiesa si San Pietro Somaldi, si ritrovano nel largo di via del Fosso, all'imbocco della piazza che ha per sfondo la bella facciata dell'antica chiesa di San Francesco, pantheon della città, sotto la splendida statua della Madonna dello Stellario per rendere omaggio alla Santa Vergine.
Alcuni antichi testi liturgici testimoniano che fin dal XIII secolo
nella diocesi di Lucca si celebrava il culto dell'Immacolata
Concezione della Vergine Maria; e questo fatto va ad assumere
un'importanza particolare se si considera che il dogma
dell'Immacolata Concezione venne proclamato solo molti secoli più tardi, l'8 dicembre del 1854, da Papa Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus.
La statua della Santa Vergine, collocata sopra una colonna più antica con capitello corinzio molto bello e di indubbio valore storico, venne eretta verso la fine del 1600 e risulta essere il primo monumento all'Immacolata costruito in Italia.
Alla sua inaugurazione partecipò non solo il Vescovo, e quindi la
parte religiosa, ma anche il Consiglio degli Anziani della Repubblica di Lucca, e quindi la parte pubblica. E ancora oggi, nell'annuale ricorrenza dell'8 dicembre, si ritrovano ai piedi della Vergine sia l'Arcivescovo che le autorità cittadine, a testimonianza dell'immutata devozione della città verso la Madonna.
La nota stonata di quest'anno, dopo che il monumento è tornato all'antico splendore grazie ai lavori di restauro eseguiti a cura dei Lions Club Lucca Host e dell'Antico Uffizio della Zecca, è
l'assenza del primo cittadino, degli assessori e dei consiglieri
comunali. Il sindaco, infatti, è stato sfiduciato dal consiglio il 7
luglio scorso e, di conseguenza, anche la giunta e lo stesso consiglio comunale sono stati sciolti. Il comune di Lucca è attualmente affidato ad un commissario, che rimarrà in carica fino alle elezioni della prossima primavera.
Ma tornando al monumento ed alla sua tradizione, è giusto ricordare anche la figura di colui che fu l'artefice della sua costruzione.
Nel 1600, in una Lucca che aveva già dedicato nei secoli antecedenti numerose chiese (si chiamava anche la città dalle cento chiese) e anche alcune porte della sue mura al nome di Maria (Porta Santa Maria era la principale della città), assunse grande importanza, per la ulteriore diffusione del culto mariano, la Congregazione fondata da San Giovanni Leonardi e da Flaminio Nobili, Vicario Generale della diocesi di Lucca.
Durante il governo diocesano di Flaminio Nobili, che durò ben 45 anni, fu da lui promossa l'istituzione di molte confraternite e la
costruzione di numerosi oratori dedicati al nome di Maria. E fu proprio Flaminio Nobili, che abitava l' di fronte, a fare erigere la colonna con la splendida statua della Vergine Maria, opera dello scultore Giovanni Lazzoni di Carrara, in occasione del Giubileo del 1687.
Nel piedistallo del monumento si ammira una veduta della città di Lucca del XVII secolo ed è incisa la significativa iscrizione "Vere libera, serva nos liberos" (Tu che sei veramente libera, conserva anche noi liberi). Con questa preghiera, rivolta alla Madonna, si è inteso coniugare il grande amore per la libertà del popolo lucchese con la sua altrettanto grande e sentita devozione per la Vergine Maria.
Devozione che rimane tuttora intatta e che la città continua ad
esprimere non solo con l'annuale presenza sotto il monumento di autorità e cittadini, ma anche col gesto simbolico della deposizione sulla statua, con l'ausilio di un mezzo dei vigili del fuoco, di due corone di fiori, una per conto della parte civile e l'altra per conto di quella religiosa.

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Alfredo Catalani (di Domenico Riccio)

Apparve
per brevi anni
guardando intorno
in alto
in sé.
Trasse d’oltre la vita
Dejanice Edmea Loreley Wally.
Riportò agli uomini dolci note
che il cuore non ricordava e riconobbe e non oblia.
Pende dal salice l’arpa
ma cantano ancora le corde
tocche da dita
che i nostri occhi non vedono più.

Due anni fa, in occasione del 150° anniversario della nascita di Alfredo Catalani, la città di Lucca lo ha ricordato dandogli una degna sepoltura nel famedio del cimitero monumentale urbano. Un doveroso atto di riconoscenza per uno dei più grandi figli della nostra città, l’autore di Dejanice, Edmea, Loreley, Wally, genio precoce e sfortunato. Nato a Lucca il 19 giugno del 1854 da una famiglia di musicisti, Alfredo Catalani abbandonò gli studi da avvocato per dedicarsi esclusivamente alla musica, avendo come maestri Carlo Angeloni e Fortunato Magi e diplomandosi nel 1872 con quel capolavoro di composizione che è la Messa. Pochi mesi dopo venne accettato al conservatorio di Parigi e studiò pianoforte con Marmontel e contrappunto con Bazzini, ma l’anno successivo tornò in Italia e continuò gli studi al conservatorio di Milano, manifestando il suo talento con la Chanson Groenlandaise. Si diplomò nel 1875 presentando La Falce, una breve opera dal tono wagneriano tratta da un libretto di Arrigo Boito. Rimasto a Milano e vivendo in ristrettezze economiche, nel 1880 compose Elda (che dieci dopo trasformò in Loreley), opera commissionata dalla casa editrice Lucca, nel 1883 Dejanice, opera su libretto di Zanardini su soggetto di Boito, ed Ero e Leandro, poema sinfonico, e nel 1886 Edmea, che andò in scena a Torino e fu diretta da Arturo Toscanini. Morto Ponchielli nel 1886, fu assunto al conservatorio di Milano come insegnante di alta composizione. L’opera che portò il compositore lucchese al successo fu Wally, tratta da un romanzo d’appendice tedesco, che fu rappresentata alla Scala e poi al teatro di Lucca con la direzione ancora di Arturo Toscanini. Alfredo Catalani credeva molto nel potere della melodia ed introdusse nelle sue opere la lezione del rinnovamento sinfonico e del dramma lirico francese. Fu rispettato dal suo concittadino Giacomo Puccini, ma non da Giuseppe Verdi, che in una lettera scrisse: “Questi giovani che vogliono rinnovare e correre per le nuove strade mi sembrano un poco sconsigliati e, confidando troppo nell’avvenire, finiranno col perdere anche il presente”. Ma il problema principale di Catalani fu la sua malferma salute, che certamente ne condizionò anche la produzione musicale. Affetto da tubercolosi fin da giovane, la malattia lo condusse alla precoce morte, che avvenne a Milano il 7 agosto del 1893. Aveva solo 39 anni! Le sue spoglie mortali, sepolte inizialmente nel cimitero monumentale di Milano, l’anno successivo vennero traslate a Lucca. Furono poste, dopo le onoranze funebri, in un deposito sotto il famedio del cimitero di S.Anna, con l’impegno dell’amministrazione comunale di provvedere in breve tempo (!) ad un sepolcro dignitoso. Sono rimaste abbandonate in quel luogo per ben 110 anni! E’ stato grazie all’energia e alla perseveranza dell’amico Beppino Lenzi, cultore appassionato della storia di Lucca, nonché all’impegno del Comune, alla collaborazione della Soprintendenza e al sostegno insostituibile della Fondazione Cassa di Risparmio, che Lucca ha potuto finalmente onorare il suo debito di riconoscenza nei confronti di un altro dei suoi grandi musicisti. Un modo per ridestare la consapevolezza dei cittadini, specie dei più giovani, su un patrimonio culturale di assoluto livello. Un modo per richiamare la città al dovere della memoria. Queste, in estrema sintesi, furono le considerazioni che io espressi, nella mia veste di vicesindaco in rappresentanza dell’amministrazione comunale, in occasione dell’inaugurazione del monumento funebre del 19 giugno 2004. E a conclusione del breve discorso, mi piacque recitare i meravigliosi versi sopra riportati, scritti per Alfredo Catalani da Giovanni Pascoli, che avevo letto sull’epigrafe murale posta nel centro storico di Lucca, in via Santa Giustina, dinanzi al Comune, dalla società musicale Guido Monaco in memoria del geniale ma sfortunato musicista.

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Pompeo Girolamo Batoni (di Domenico Riccio)

Tutte le mattine mi reco al mio ufficio in piazza San Frediano e, all’inizio della via Anguillara, là ove essa fa angolo con via San Frediano, a dieci metri dalla splendida facciata dell’antica basilica del santo che deviò il fiume Serchio, incontro e saluto Pompeo Girolamo Batoni, grande pittore lucchese del Settecento. Sotto il suo busto, opera di C. Dal Poggetto, si legge: “A Pompeo Batoni che riconducendo l’arte allo studio dei grandi maestri del vero fu giudicato primo tra i pittori del Sec. XVIII. Qui dove nacque il XXV Gen. MDCCVIII i cittadini posero nel MCMXI”. Nato dunque a Lucca nel 1708, Pompeo Girolamo Batoni fu iniziato alla tecnica del disegno da suo padre, che era un affermato orafo, e dagli artisti Giandomenico Lombardi e Domenico Brughieri. Grazie al sostegno della famiglia e di alcuni mecenati lucchesi che credettero nel talento del ragazzo, a soli diciannove anni poté trasferirsi a Roma per formarsi sul classicismo, esercitandosi nel disegno di modelli dal vivo e nel copiare le opere di Raffaello, del Guercino e di Annibale Carracci presso il Vaticano e la Villa Farnesina. Fu proprio in questa villa nobiliare suburbana che si invaghì della bella figlia del custode e la prese in sposa. Il padre e i mecenati lucchesi non approvarono quel matrimonio di basso rango e gli tolsero ogni sussidio. Batoni allora fu costretto a guadagnarsi da vivere, disegnando e vendendo copie di opere e facendo ritratti a signori di passaggio. Superato il momento più difficile, cominciò a frequentare la scuola di Agostino Masucci e soprattutto quella di Francesco Ferdinandi, detto l’Imperiali, presso il quale assimilò il classicismo romano, e a collaborare con importanti paesaggisti, come Locatelli e Van Bloemen. Ebbe in tal modo la possibilità di farsi conoscere ed apprezzare da personaggi di alto lignaggio. Arrivò così la prima commissione di rilievo: la Madonna con Bambino e Santi per la chiesa di San Gregorio al Celio, che fu seguita dalla pala Cristo in gloria e Santi per la chiesa dei Santi Celso e Giuliano. Verso la metà degli anni trenta era già un artista molto importante e sono di quel periodo opere come la Presentazione al Tempio nella chiesa di Santa Maria della Pace a Brescia, il Trionfo di Venezia al Raleigh Art Museum negli USA, la Verità scoperta dal Tempo e quattro Allegorie al Palazzo Colonna a Roma, la Consegna delle Chiavi e gli Evangelisti al Quirinale. Nel 1741 entrò nell’accademia romana di belle arti “San Luca” e nel 1743 (la data è indicata in basso a destra) dipinse l’Estasi di santa Caterina da Siena, che si ammira a Lucca nel Museo Nazionale di Villa Guinigi. A proposito di quest’olio su tela così si esprime la Isa Belli Bartali nella sua “Lucca - Guida alla città”: “La realtà psicologica del soggetto – sentimento della mistica grazia, compartecipazione quasi soccorrevole degli angeli, appassionato pathos – si compendia in una suprema maestria linguistica che si esprime nella dolce bellezza dei tratti, nelle rispondenze armoniche delle figure, negli effetti preziosi di luce e di colore che smaterializzano lo spazio: riflessi rossi e verdi, calde ombre che quasi panneggiano le figure minori lasciando in piena luce zenitale – a folgorare i biondi puri della veste – la morbida figura della santa”. Negli anni cinquanta era ormai considerato, a livello europeo, il miglior pittore italiano. Ebbe commissioni importantissime, come la Caduta di Simon Mago per la basilica di San Pietro, oggi in Santa Maria degli Angeli. Oltre ai dipinti di natura religiosa e alle opere a soggetto storico e mitologico, come Achille alla corte di Licomede agli Uffizi, Ercole fanciullo e Ercole al bivio a Palazzo Pitti e la Fuga da Troia nella Galleria Sabauda di Torino, l’artista lucchese si specializzò come ritrattista e divenne il pittore prediletto dell’aristocrazia europea. I suoi compensi schizzarono alle stelle e furono soprattutto principi e sovrani a commissionargli delle opere: da Maria Carolina di Napoli a Federico il Grande, da Maria Teresa d’Austria a Caterina di Russia, dall’imperatore Giuseppe II al papa Pio VI. Dopo aver realizzato altre importanti opere di genere celebrativo, come l’Allegoria della religione e l’Allegria per la morte di due figli di Ferdinando IV nella Reggia di Caserta, e Teti affida a Chionne l’educazione di Achille e la Continenza di Scipione all’Ermitage di San Pietroburgo, negli ultimi anni della vita si dedicò soprattutto alla realizzazione delle sette pale d’altare commissionate da Maria Francesca di Braganza, regina del Portogallo, per la chiesa del Sacro Cuore all’Estrela di Lisbona. A Lucca, nel palazzo Cenami, uno degli unici tre (insieme con i palazzi Mazzarosa e Minutoli-Tegrimi) delle antiche famiglie della città che conservano ancora gli arredi originari, possiamo osservare l’autoritratto dell’artista, firmato “P. Batoni pinxit Romae an. 1772”. Nel palazzo Mazzarosa, che “a causa del gran numero di contanti che questo cavaliere tiene in casa” possiede una robusta porta di ferro, “cosa che a Lucca – precisa G.C. Martini verso la fine del Settecento – non è permessa a nessun altro”, e dove è conservata la più considerevole collezione privata della città, si trovano vari dipinti del Batoni: Allegoria della Sapienza, Allegoria della Giustizia e della Pace, San Giuseppe, Madonna del libro e Morte di Lucrezia. Due tele sono conservate anche nel palazzo Minutoli-tegrimi: Atalanta piange Meleagro e Prometeo Animatore. Nel già citato Museo di Villa Guinigi troviamo anche il Ritratto dell’arcivescovo Giovan Domenico Mansi, proveniente dalla biblioteca di Santa Maria Corteorlandini, e il Martirio di San Bartolomeo, che sulla pietra sotto il piede sinistro del santo è datato “P.B. 1749” e proviene dalla chiesa di San Ponziano. Pompeo Girolamo Batoni morì a Roma il 4 febbraio del 1787. Lucca non lo ha dimenticato e, oltre al busto di via dell’Anguillara, gli ha intitolato anche una via della città, il tratto della circonvallazione tra il piazzale Martiri della Libertà e il viale Agostino Marti.

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Invasione Ungheria - 50 anni dopo (di Domenico Riccio)

Invasione dell’Ungheria 1956 – 50 anni dopo. Per non dimenticare

Alle 4,25 del quattro novembre 1956, l'armata rossa entrava in Butapest e, sparando su studenti ed operai, spezzava ignobilmente il sogno di libertà del popolo ungherese, ripristinando la dittatura comunista.
La rivoluzione cominciò nel pomeriggio del 23 ottobre. Un folto gruppo di studenti universitari si ritrovò in piazza a Pest per manifestare solidarietà al polacco Gomulka. Agli studenti si unirono moltissimi cittadini ed anche i soldati ungheresi intervenuti per disperderli. La folla crescente, non meno di centomila persone, dopo aver reclamato Nagy, mosse verso il Parlamento, al di là del grande fiume, rovesciò un'enorme statua di Stalin e assediò il palazzo della radio che si era rifiutata di trasmettere un comunicato. Intervenne la polizia di sicurezza, l'AVH, e aprì il fuoco sulla folla uccidendo molte persone. La protesta allora si allargò rapidamente e si trasformò in insurrezione.
Due giorni dopo Imre Nagy formava un governo con la presenza di molti moderati, tra cui il filosofo Lukacs, e senza la presenza di stalinisti.
Intanto la rivoluzione si era estesa in tutto il paese. Ripresero vita sindacati, associazioni culturali, emittenti e giornali liberi, a suo tempo schiacciati dal totalitarismo comunista, ed in ogni fabbrica si formarono consigli operai. Chiedevano il ritiro dei sovietici e libere elezioni.
Ma il 3 novembre il generale Pal Maleter, il ministro della difesa che si era schierato con gli insorti, venne arrestato dai sovietici mentre trattava proprio il loro ritiro dall'Ungheria; e la mattina del 4 novembre i carri armati del generale Lascenko, sostenuti dall'artiglieria e dall'aeronautica, invasero Butapest, trovando un'accanita opposizione soprattutto nei quartieri operai, e repressero nel sangue la resistenza anticomunista.
Imre Nagy fu costretto a rifugiarsi nell'ambasciata jugoslava, che poi lo consegnò ai sovietici, e fu impiccato in gran segreto nel giugno del '58, insieme con Maleter ed altri, dopo un processo sommario.
Il 7 novembre a capo di un governo fantoccio venne messo Kadar. La sua nomina fu poi retrodatata al giorno 4 per consentire ai sovietici di giustificare il loro intervento a sostegno proprio di quel governo.
Kadar, col supporto dell'URSS, annientò in breve tempo le sacche di resistenza rimaste nel paese e ristabilì l'ordine comunista. Fu un bagno di sangue che costò la vita di migliaia di operai, contadini e studenti.
L'Unità, organo del PCI, manipolando la voglia di libertà di un intero popolo, scrisse che la rivoluzione socialista aveva il sacrosanto diritto, "guai se così non fosse!", di intervenire con le armi per sconfiggere i “ribelli controrivoluzionari”.
Palmiro Togliatti, informato dal Politburo mediante l'ambasciata russa a Roma, dette l'assenso all'invasione. In Parlamento il PCI inneggiò all'armata rossa e "alla funzione liberatrice dell'esercito sovietico”.
Giorgio Napolitano chiamò "teppisti e spregevoli provocatori" gli operai e gli studenti ungheresi insorti e, giustificando l'intervento sovietico, lo definì un "contributo alla pace nel mondo".
Oggi in Ungheria il 23 ottobre, data di inizio della rivoluzione, è festa nazionale.
Il 26 settembre di quest'anno il Presidente Giorgio Napolitano, in visita ufficiale in quella nazione, ha reso omaggio alla tomba di Imre Nagy e al monumento ai caduti della rivoluzione.

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Mario Zicchieri (di Domenico Riccio)

29 ottobre 1975: Mario Zicchieri è ucciso dalle Brigate Rosse. Per non dimenticare

“Si parla tanto di perdono – esordisce, - però io mi rivolgo a Morucci, voglio sapere se il nome di mio figlio, Mario Zicchieri, gli dice qualcosa, se si ricorda di avere ucciso un ragazzo che si affacciava alla vita... lei, Morucci, si ricorda di avere ucciso mio figlio, lei, assassino...”
E’ la domanda, lo sfogo di Maria Lidia, la mamma di Mario Zicchieri, che irrompe in diretta nella trasmissione di Sky che Luca Telese tra conducendo sugli anni di piombo, che telefona inaspettatamente e lascia tutti di ghiaccio.
Ho letto queste parole su Tiscali-blog sotto il titolo “Strali del terzo Millennio”, che comincia con “Caro brigatista” ed è stato postato da Uno nessuno centomila venerdì 28 ottobre 2005 alle ore 18:44:04

A pagina 228 del mio romanzo “La topa di Capannori” (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2005), si legge testualmente: “... a Roma, Mario Zicchieri. Ha solo 16 anni ed è già aderente al Fronte della Gioventù. Questa la sua colpa, da pagare con la morte. E’ in via Gattamelata, dinanzi alla sezione del Movimento Sociale del quartiere Prenestino con altri ragazzi. Un commando di comunisti, accecati dall’odio e dalla stupidità, assalta la sezione. Sparano con fucili a canne mozze, come usano fare i mafiosi. Marco Lucchetti, di quindici anni, è ferito gravemente. Mario, invece, stramazza al suolo privo di vita. Pare che il brigatista rosso Bruno Seghetti abbia in seguito dichiarato: “A sparare contro Mario Zicchieri siamo stati in tre: io, Valerio Morucci e Bruno Maccari”. Non verrà creduto”.

Il 29 ottobre prossimo ricorre il trentunesimo anniversario della morte del giovanissimo Mario Zicchieri. E dopo 31 anni nessuno ancora ha ammesso la sua colpa, nessuno ancora è stato condannato e nessuno ancora ha pagato. E sapete quale è stato l’atteggiamento di Morucci, presente in trasmissione, quando ha sentito la telefonata di Maria Lidia? Pensate che abbia fatto un veloce esame di coscienza? Che si sia sentito un pochino in colpa dinanzi alla mamma di un ragazzo ammazzato? Che abbia avvertito qualcosa che assomigli ad un pentimento?

Torniamo a leggere sul blog: “Morucci rimane immobile, ma mormora a microfoni spenti: “Questo non è uno sportello per il pubblico (!!!), questa non è un’indagine!!!” Poi, in diretta, eviterà di rispondere”.
“...Valerio Morucci, l’ex brigatista rosso processato per il delitto, è stato assolto e, dunque, pur avendo commesso questo ingiustificabile omicidio, non ha scontato alcun giorno di carcere, perché la colpa era del “clima”, il “contesto” giustificava tutto e “uccidere un fascista non era reato”. Il 1975 fu l’annus terribilis delle epurazioni contro i fascisti: dal rogo di Primavalle che bruciò vivi i fratelli Mattei (Virgilio di 22 anni e Matteo di soli 9 anni), al colpo di pistola che uccise Mikis Mantakas, a Sergio Ramelli, ucciso a sprangate da Autonomia Operaia”.
“E la madre di Zicchieri, come molti di noi, non ha dimenticato e telefona per avere risposte che, come noi, non ha mai avuto. Si domanda perché il figlio fu la prima vittima delle Brigate Rosse, il prezzo di un rito di iniziazione che i brigatisti affrontavano prima di rivolgere altrove e con mire più “alte” la loro cieca furia: Valerio Morucci, Bruno Seghetti e Bruno Maccari, correi in questo omicidio, passarono agli onori della cronaca per il delitto Moro”.
“Ci sono tanti segni sui muri di Roma che si ostinano a colmare il vuoto sulle pagine della storia: dai fiori freschi che ogni giorno vengono portati ad Acca Larentia, all’effige di Stefano Recchioni nell’angolo in cui è morto, al nome dipinto di Francesco Cecchin sul terrazzino da dove è stato gettato. Ma questo non può bastare per accettare il sacrificio di giovani ragazzi, strappati alla vita solo perché militanti nella “parte sbagliata”. La “damnatio memoriae” nei confronti di una parte degli italiani, profondamente perseguita dalla nascita di questa Repubblica con sentenze vuote e a volte inesistenti, è figlia di un atteggiamento manicheo fuori dal tempo nel quale la sinistra ancora si adagia con pervicacia. Ma per quanto tempo ancora le si permetterà di perseverare in questa guerra civile?”

Mi pongo spesso anch’io questa domanda. E come la mamma di Mario Zicchieri, anch’io spero che tanti assassini abbiano il coraggio, dopo tanti anni, di ammettere i loro gravi errori, di riconoscere i crimini che hanno commesso e che, se è difficile che possano ancora pagare, per lo meno chiedano scusa o si vergognino. Auspico che a sinistra non si continui più ad inculcare l’odio nelle menti dei giovani, odio che tanto danno ha prodotto negli anni di piombo.

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Giorno (dimenticato) della libertà (di Domenico Riccio)

Sono indignato!
La giornata della libertà, istituita per oggi 9 novembre in ricordo della caduta del muro di Berlino di diciassette anni fa, non è stata celebrata. Non lo hanno fatto le istituzioni: governo, regione, provincia e comune; non lo hanno fatto le scuole, e non mi risulta neanche un messaggio, sempre pronto per ogni altra circostanza, del Presidente della Repubblica. Eppure la ricorrenza è stata sancita da una legge della Repubblica, la n. 61 del 15 aprile 2005, e sarebbe fatto obbligo a chiunque di rispettarla.
“La Repubblica italiana dichiara il 9 novembre “Giorno della libertà” – dice testualmente la legge nel suo unico articolo, - quale ricorrenza dell’abbattimento del muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo. In occasione del “Giorno della libertà”, di cui al comma 1 – aggiunge con chiarezza, - vengono annualmente organizzati cerimonie commemorative ufficiali e momenti di approfondimento nelle scuole che illustrino il valore della democrazia e della libertà evidenziando obiettivamente gli effetti nefasti dei totalitarismi passati e presenti”.
E’ l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la sinistra italiana, che oggi occupa tutte le istituzioni e già da alcuni decenni si è impadronita delle scuole, non è affatto cambiata: qualunque cosa (celebrazioni, ricorrenze, libri, storia, film ecc.) faccia riferimento a misfatti comunisti deve essere osteggiata o almeno ignorata. E’ accaduto per i Gulag e le Foibe, simboli dei massacri comunisti, accade oggi per la caduta del muro di Berlino, simbolo del trionfo della libertà sulla vergogna comunista. Non a caso la legge 61, che pure non nomina il comunismo ed auspica la democrazia per tutte le popolazioni, in parlamento non è stata votata dalla sinistra, che evidentemente vuol continuare a vivere di menzogna, della “grande bugia”, come la definisce Giampaolo Pansa.
Nel giorno in cui si ricorda la fine dell’oppressione sovietica, che doveva sancire la morte del comunismo, dobbiamo prendere atto che il comunismo non è finito. Non è finito nel mondo, essendo ancora operante in parecchie nazioni (Cina, Cuba, Vietnam, Corea del Nord ed in altri paesi minori); ma non è finito neanche in Italia, perché esso sopravvive nelle menti di quei “compagni” che, pur avendo cambiato nome (non tutti), vedono solo rosso, non vogliono la pacificazione e, nei fatti e a tutti i livelli, continuano ad emarginare e bollare chiunque e qualunque cosa non sia di sinistra.
Sono indignato perché le istituzioni non dovrebbero essere di parte e invece lo sono, perché le scuole dovrebbero insegnare e invece indottrinano, perché le leggi, tutte le leggi, dovrebbero essere rispettate e non lo sono.