Publicidad:
La Coctelera

Categoría: Romanzi

0

La storia di una mia amica

“La storia di una mia amica” è il titolo dell'ultimo romanzo di Domenico Riccio.

Pubblicato in questi giorni a cura delle Edizioni Lulu (New York 2007, pp. 122 a € 10,92 e scaricabile a € 3,11), il nuovo romanzo dell'ex vicesindaco di Lucca racconta la storia, intensa e dura, di una donna del sud (che è la terra d'origine dell'autore) tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta.

Costretta, giovanissima, a sposare un ragazzo di buona famiglia perché incinta, Maria viene trattata dal marito Giulio peggio di una serva, senza alcun rispetto, senza dignità.

E non può neanche ribellarsi, la giovane sposa, perché in quegli anni in Italia, soprattutto nel sud, la donna non ha molti diritti e deve obbedire, se vuole evitare di essere offesa e picchiata dal suo uomo anche con violenza.

E' un romanzo breve, ma ricco di colpi di scena, di incredibili momenti di vita realmente vissuta. E' uno spaccato su quegli anni pieni di problemi e di speranze, che offre un quadro reale non solo della condizione della donna, ma anche delle miserie (prostituzione, droga, malavita organizzata) che ancora oggi attanagliano alcune zone degradate del nostro bel paese.

0

2006 - Un anno coi fiocchi

E’ stato pubblicato l’ultimo libro di Domenico Riccio intitolato “2006-Un anno coi fiocchi”. Si tratta di riflessioni personali, politiche, sociali, storiche e culturali che fanno riferimento al 2006, uno degli anni più brutti di Riccio, specie nei primi mesi, quando ruppe ogni rapporto con l’ex sindaco e decise di lasciare la giunta comunale. L’autore ha sentito il bisogno di ripercorrere i momenti più critici, più rilevanti dell’anno scorso, quelli che hanno lasciato un solco nei suoi sentimenti, nella sua esperienza di vita. Ma gli avvenimenti descritti in questo libro (Nicola Calabria editore, costo € 10) non riguardano solo la vita di Riccio. La sfiducia all’ex sindaco e il commissariamento del comune, infatti, hanno segnato la vita politica di tutti i lucchesi; sì come la vittoria di Prodi e la politica del governo di sinistra hanno influito sulle sorti dell’intera nazione. “E’ diviso in tre parti – spiega lo stesso Riccio, che si è ricandidato per il Comune di Lucca. - Nella prima si trova il resoconto dei fatti, soprattutto politici, di un anno difficile da dimenticare, che solo ironicamente ho definito “un anno coi fiocchi”. Nella seconda parte sono riportati alcuni miei “pezzi” riguardanti personaggi e tradizioni lucchesi: da Puccini a Catalani, da Batoni ai papi Alessandro II e Lucio III, dalla Madonna dello stellario alle “sorche dei cuoiai”. La terza parte, infine, è riservata a riflessioni di più ampio respiro, che vanno dalla storia alla politica, dalla cultura al sociale”.

0

Lo stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello stato

“Lo Stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello Stato”. Questo, in copertina, il titolo della nota rivista nazionale “Cronaca vera” sulla sollevazione di quei giorni a Valle Agricola contro l’imposizione della tassa fondiaria. All’interno del periodico, un bell’articolo, con tanto di foto, che raccontava i momenti e le cause della rivolta del piccolo e povero paese di montagna, esaltando il coraggio e le ragioni dei valligiani, che osarono sfidare la protervia del governo e si rifiutarono in massa di sottostare all’imposizione di una tassa ingiusta.
Ma il singolare avvenimento superò anche i confini nazionali e addirittura quelli europei, finendo oltre oceano. Approdò, infatti, sulle pagine del più prestigioso quotidiano americano, il New York’s Time.
Una trentina d’anni addietro, il paese era riuscito ad ottenere dal governo Mussolini l’esonero dal pagamento di quella obbrobriosa tassa; ora il governo democristiano la pretendeva di nuovo.
A tutte le famiglie arrivarono le cartelle esattoriali con l’indicazione degli importi da pagare. A parte il fatto che i dati del ministero erano totalmente sbagliati, perché nel frattempo si erano verificati numerosi passaggi di proprietà, magari mai regolarizzati, i valligiani ne fecero giustamente una questione di principio. Come si può permettere un governo serio e democratico di chiedere il pagamento di tasse su abitazioni distrutte dalla guerra e rimesse su alla meglio, pietra su pietra, dalla ostinata volontà e dagli enormi sacrifici dei paesani, senza che nessuno se ne fosse mai occupato ed avesse minimamente contribuito? Come poteva pretendere, questo governo poco serio e per niente democratico, il pagamento di una tassa su miseri terreni di montagna, pieni di sassi, che non producevano quasi nulla e dai quali solo l’indomita fatica dei valligiani riusciva a cavare quel minimo indispensabile, che a malapena consentiva alle numerose bocche delle famiglie di Valle di sfamarsi e sopravvivere?
Il giornale aveva proprio ragione: “Se ne sono sempre fregati di loro e hanno il coraggio di presentarsi solo per riscuotere le tasse. Ora i valligiani fanno bene a fregarsene del governo e delle sue tasse”.
Gli uomini del governo, però, la pensavano diversamente: aprirono un ufficio nella piazza principale del paese e cominciarono ad inviarci, un paio di volte al mese, un esattore delle tasse col preciso compito di riscuoterle.
Ma i valligiani non ci pensarono due volte e fecero sapere all’esattore che, se si fosse ancora presentato in paese, la sua testa sarebbe finita, pari pari, nel cappio che a bella posta era già stato agganciato al balcone del municipio. E l’esattore, che non doveva essere un tipo molto coraggioso, per un po’ di tempo non si fece vedere.
*
A Valle Agricola esisteva una buonissima abitudine: quando succedeva una disgrazia, si accantonavano le antipatie personali e le discordie familiari e tutta la gente accorreva e si metteva a disposizione. Se, per esempio, prendeva fuoco una masseria, Puppino il sacrestano suonava a distesa le campane, la voce si spargeva in un battibaleno e tutti, proprio tutti, correvano con secchi, conche e ogni sorta di recipienti pieni d’acqua per sedare l’incendio.
E la tassa della fondiaria non poteva che essere considerata alla stregua di una grossa disgrazia.
A parte la chiesa, in paese non esisteva un locale ampio dove tutto il popolo potesse riunirsi. Si ritrovarono allora in piazza per discutere della grave e difficile situazione. La prima importante decisione fu quella di far scomparire l’esattoria. Uno tra i più facinorosi propose addirittura di darla alle fiamme, ma un altro si oppose duramente.
- Alle fiamme ci dai casa tua! – gli urlò sul muso quest’ultimo, prendendolo per il bavero. Abitava proprio sopra l’esattoria!
Alla fine prevalse una soluzione ragionevole: presero due robuste tavole di legno, le inchiodarono sulla porta a mo’ di croce di Sant’Andrea e la sede dell’esattoria venne sprangata.
Quindi parlarono delle cartelle esattoriali che ognuno aveva portato con sé. Bisognava decidere cosa farne. La soluzione fu trovata immediatamente e questa volta nessuno fece obiezioni. Le accatastarono tutte in mezzo alla piazza, una sopra l’altra, dettero fuoco al mucchio e ne fecero un gran bel falò.
A Caserta, evidentemente, si venne a sapere di come si erano comportati i valligiani. Le autorità competenti, infatti, scandalizzate dall’insulso ed inaccettabile atteggiamento di quei montanari incivili, decisero di ricorrere alle maniere forti. La legge è legge e va rispettata e fatta rispettare ovunque, da tutti e con ogni mezzo. Come potevano farsi intimidire da quattro pecorai pidocchiosi e ignoranti di un piccolo e sperduto paese di montagna che non risultava nemmeno sulle carte geografiche? Visto che se l’erano cercata, la lezione sarebbe stata esemplare.
*
Una bella mattina si sparse la voce che stava per arrivare in paese un importante personaggio della provincia, accompagnato dall’esattore e scortato da un grosso esercito di carabinieri, poliziotti e militari.
I valligiani si mobilitarono immediatamente. Si ritrovarono in piazza e, senza troppi discorsi, decisero che avrebbero resistito. Il governo vuole la guerra? E guerra sia!
Ma bisognava organizzarsi bene: i più piccoli, Damnic in testa, forniti di sacchetti pieni di chiodi a tre o quattro punte, furono mandati a spargerli lungo la via nuova; i cacciatori si piazzarono con i loro fucili sulle finestre, pronti ad aprire il fuoco; tutte le donne incinte vennero requisite e portate in municipio.
Luisella e Menechella la sargentessa riagganciarono la corda col cappio al balcone del comune e minacciarono anche il sindaco e il segretario comunale perché sembravano più disposti a trattare col nemico che alla resistenza ad oltranza. Tutti gli altri si attestarono in piazza, armati di falci, bastoni e forconi.
La prima sorpresa per l’esercito provinciale fu quella dei chiodi: molte vetture si ritrovarono con le gomme a terra. Il comandante fu costretto a fermare la colonna e ordinò ai suoi uomini di provvedere alla sostituzione. Gli ci volle un bel po’ di tempo, perché alcune camionette avevano più di una gomma bucata e dovettero far ricorso anche alle ruote di scorta degli altri mezzi.
Il comandante, però, non era uno stupido e capì che, prima di riprendere il viaggio verso il paese, era necessario spazzare via i chiodi che, a centinaia, metro dopo metro, infestavano la strada. Quando seppe che il suo esercito non aveva neanche una ramazza, si arrabbiò. Come facevano a raccoglierli uno per uno con le mani? Non avevano mica tempo da perdere! Poi gli venne l’idea giusta e ordinò ai militi di costruire immediatamente delle ramazze. Così fecero e, dopo un paio d’ore, la via nuova era stata bonificata.
Era veramente un esercito sproporzionato: tra carabinieri, poliziotti e militari si potevano contare almeno trecento unità. Neanche durante l’ultima guerra mondiale si erano visti tanti uomini armati a Valle Agricola!
Arrivati all’imbocco del paese, formarono una lunghissima colonna di vetture e camionette lungo tutta la via nuova, da ‘ncopp’a Duretula fino alla lontana fontana della Cerqua. Era uno spettacolo!
Scesero dai mezzi e, con in testa il loro comandante e il personaggio della provincia, si avviarono a piedi verso la piazza per poi raggiungere ed occupare la sede del potere, il municipio.
Fatti pochi metri, però, videro spuntare da ogni finestra le canne dei fucili dei cacciatori e si fermarono. Il comandante chiese un megafono. Non c’era. Allora decise di farne a meno e, con tutta la voce che aveva in gola, ordinò ai valligiani di consegnare le armi.
- Vienitele a prendere, se ne hai il coraggio! – disse una voce da una finestra.
- Non sono venuto in questo paese per farmi sfottere – replicò il comandante – e vi conviene obbedire e non farmi perdere la pazienza!
Lì per lì nessuno rispose. Ci fu un attimo surreale di silenzio. Improvvisamente s’udì una solenne pernacchia. Da dietro le finestre e per la strada tutti cominciarono a scompisciarsi dalle risate.
Il comandante rimase allibito. Quando si rinvenne, si arrabbiò terribilmente e dovettero quasi tenerlo. Poi chiamò un paio di subalterni e disse loro di tenersi pronti perché avrebbe dato l’ordine di sparare.
- Che cacchio dici! – gli fece con durezza ed apprensione il personaggio della provincia, che aveva ben sentito le parole del comandante.
- Non lo vedi che sono costretto? – si difese lui.
- Non fare stronzate, per favore! – tagliò corto il personaggio.
Dopo un lungo consulto e un sacco di parolacce, il comandante prese una decisione irrevocabile: ordinò ai suoi di passare ugualmente e di marciare verso il municipio e, se qualcuno di quei villani avesse sparato, essi avrebbero risposto al fuoco.
- Me ne assumo io tutte le responsabilità!
Nell’aria la tensione si tagliava col coltello. Cosa sarebbe accaduto se da una finestra fosse partito un colpo, magari solo per sbaglio? Naturalmente, nessuno sparò.
- Fateli avanzare – disse sogghignando un vecchiettino che, avendo fatto la prima guerra mondiale, era esperto di strategia militare, - che poi li facciamo tutti prigionieri!
L’esercito, circondato dai valligiani che agitavano paurosamente i forconi ma senza fare danni, oltrepassò la piazza e raggiunse la sede del comune.
Il comandante, nervosissimo, vide il cappio appeso al terrazzo e ordinò di farlo togliere. Un poliziotto, sollevato a braccia da un paio di colleghi, recise la corda con un coltello.
A questo punto non restava che occupare la sede, ma le sorprese non erano certo finite.
Sulle scale del municipio ecco tutte le donne incinte del paese!
Quando i primi militari provarono a salire, queste si strinsero l’una all’altra, ostruendo di fatto il passaggio e, prima che qualcuno potesse avvicinarsi, cominciarono ad urlare come se quegli uomini le stessero già spingendo.
- Se mi metti un dito addosso – diceva una – giuro che mi tiro giù per le scale e poi sono cazzi tuoi.
- Fate largo! – urlò imbestialito il comandante.
- Devi passare sopra le nostre pance! – risposero le donne in coro.
Sulla strada la folla cominciò a rumoreggiare.
- Non vi permettete di toccare le nostre donne!
La situazione si faceva ancor più delicata. Un conto è attaccare degli uomini che oppongono resistenza, altro conto è maltrattare delle inermi donne incinte. Se succede un guaio ad una di esse, non ti salvi più.
- Questi figli di puttana l’hanno studiata proprio bene! – mugugnava il personaggio della provincia.
Il comandante non sapeva che pesci prendere. Le donne continuavano a gridare. Fu costretto a dare l’ordine di non toccarle.
Poi, però, perse definitivamente la pazienza e ordinò personalmente alle donne incinte di togliersi dai piedi, altrimenti non avrebbe risposto delle proprie azioni.
Queste urlarono ancora più forte e la gente per strada cominciò a pressare con i forconi. Apparvero anche i cacciatori con i fucili a tracolla.
Il personaggio della provincia, che mai avrebbe immaginato di trovarsi in un casino del genere, continuava a ripetere al comandante di non fare stronzate.
Questi, allora, un po’ per intimidire la folla e un po’ per non passare da fesso, pensò di fare arrestare qualcuno di quelli che avevano il fucile. Il motivo? Resistenza armata.
- Ma quale resistenza armata! Non lo vedi che i fucili sono scarichi?
Ancora una volta il comandante ci passò da biscaro, come si dice a Lucca.
*
Forse, più tardi, lui e il personaggio importante riuscirono anche a parlare con il sindaco e il segretario, ma si erano ormai resi conto che con quella gente c’era poco da fare.
Meglio tornarsene a Caserta. Anche perché cominciava a far buio e nessuno degli invasori aveva ancora messo nulla di solido sotto i denti. Il comandante non voleva neanche sentirne parlare, ma alla fine, convinto a malincuore dal personaggio della provincia che non vedeva l’ora di lasciare quel paese, ordinò ai suoi la ritirata
Ma in serbo per loro non poteva non esserci un’ultima sorpresa.
Quando, sconsolati, tornarono alle camionette per riprendere la via del ritorno, trovarono ancora una volta le gomme delle ruote bucate.
Erano stati i fantastici ragazzi di Valle. Non potevano mica rimanere con le mani in mano, mentre il paese veniva invaso dal nemico! Si erano muniti di arnesi vari e ne avevano bucato il maggior numero possibile.
Poiché le gomme erano dure, Damnic era andato a cercarsi gli attrezzi adatti nella falegnameria del papà. Armato prima di chiodo e martello, poi di punteruolo e quindi di una sega, anche lui aveva fatto il suo dovere.
Immaginate un po’ come ci rimase il comandante!
Senza dubbio si sarà pentito di aver dato retta al personaggio della provincia e di non aver messo a ferro e fuoco quel paese di rivoluzionari e di evasori.

0

Papa Alessandro II, vescovo di Lucca (di Domenico Riccio)

Quando Anselmo da Baggio venne eletto papa, il potere politico aveva un ruolo dominante anche nelle scelte ecclesiastiche. Lo stesso Anselmo, infatti, era stato nominato vescovo di Lucca non dal papa ma dall’imperatore, presso la cui corte aveva vissuto per circa tredici anni, dal 1040 al 1053. E le alte cariche della chiesa erano spesso rappresentate da personaggi molto discutibili e dediti alla simonia (acquisto e vendita di cariche ecclesiastiche) e al nicolaismo (concubinato). Nel 1045 morì il vescovo di Milano, Ariberto da Intimiano, e i milanesi chiesero all’imperatore di scegliere il successore fra quattro personaggi di specchiata moralità: Anselmo da Baggio, Arialdo da Carimate, Attone e Landolfo Cotta. Enrico III, invece, nominò il nicolaita Guido da Velate. Contro questi e per contrastare la diffusa depravazione del clero, nacque allora il movimento dei Patarini (forse dal termine spregiativo milanese pataria = straccio, pezzente), guidato da Landolfo Cotta e sostenuto, oltre che da Arialdo e Attone, dallo stesso Anselmo e da Ildebrando di Soana, che poi succederà sul soglio pontificio proprio ad Anselmo e diventerà il grande papa Gregorio VII. Poiché i Patarini, che incitavano a rifiutare i sacramenti somministrati dai sacerdoti corrotti e nicolaiti, facevano molta presa sulla popolazione, l’imperatore si decise ad intervenire e, mentre Guido scomunicava Landolfo e Arialdo, egli nominò Anselmo da Baggio vescovo dell’importante diocesi di Lucca. Anselmo si adoperò allora per il risanamento economico e morale della sua diocesi e si distinse per la realizzazione di numerose opere pubbliche. Fece ricostruire la chiesa di Sant’Alessandro (1057), “la più antica chiesa lucchese pervenuta fino ai nostri giorni con poche modifiche”, come scrive Maria Grazia Tolfo, e qualche anno dopo anche la chiesa di San Michele in Foro e il Duomo di San Martino, ove dispose che il Volto Santo, molto venerato in tutta la cristianità, venisse posto in una apposita cappella (non quella attuale che risale al 1482 ed è opera di Matteo Civitali). Alla morte di Niccolò II, avvenuta il 27 luglio del 1061, Anselmo da Baggio, sostenuto dall’amico Ildebrando e da tutti i riformatori, nonché dai normanni e da Beatrice di Toscana, il 30 settembre di quell’anno fu eletto papa dai cardinali vescovi, assunse il nome di Alessandro II e, conservando il titolo di vescovo di Lucca, prese possesso del trono pontificio. L’aristocrazia romana, che era rimasta esclusa dall’elezione in base ai dettami della bolla di Niccolò II del 1059, che non permetteva l’elezione di un papa da parte dei laici, si rivolse alla corte imperiale. E i vescovi germanici, riuniti nel concilio di Basilea il 28 ottobre 1061, non riconobbero l’elezione di Alessandro II e, dopo aver decretato patricius romanorum Enrico IV, dodicenne figlio di Enrico III, deceduto già nel 1056, elessero papa il vescovo di Parma Pietro Cadalo, che assunse il nome di Onorio II. L’antipapa Onorio II, sostenuto da Agnese di Poitou, imperatrice reggente, e da Benzone, vescovo di Alba, invase con le armi la sede pontificia e nel marzo del 1062 si insediò in Castel Sant’Angelo. Nel frattempo, però, l’arcivescovo di Colonia Annone, che era vicino ai riformisti, estromise Agnese dalla reggenza dell’impero, prese sotto la sua protezione il giovanissimo Enrico IV e tolse l’appoggio all’antipapa. A Roma, quindi, si venne a creare una situazione di stallo. Onorio II, indebolito, chiese sostegno ai bizantini; Alessandro II, invece, rafforzò l’intesa con i normanni. E mentre Goffredo di Lorena, marito di Beatrice di Toscana, coglieva la ghiotta occasione per farsi arbitro della contesa, ordinando a entrambe le parti di deporre le armi e invitando i due pontefici a ritirarsi nelle rispettive diocesi di Lucca e di Parma, il reggente imperiale Annone affidò il compito di dirimere lo scisma al nipote Burcardo, vescovo di Alberstadt. Burcardo decretò valida l’elezione di Alessandro II e questi, scortato dall’esercito di Goffredo, nell’aprile del 1063 poté fare ritorno a Roma. Onorio II tentò ancora di riprendersi il potere, ma il papa convocò un concilio in Laterano e lo fece destituire e scomunicare. La soluzione conclusiva dello scisma, però, si ebbe solo il 31 maggio del 1064, allorché, convocato il concilio di Mantova e presenti sia i vescovi italiani che tedeschi, Alessandro II fu definitivamente riconosciuto quale papa legittimo. Nel corso del suo pontificato, Alessandro II sostenne i normanni di Roberto il Guiscardo (col quale poi entrerà in dissidio) nella cacciata degli arabi e la conquista della Sicilia (1063), appoggiò Filippo I Capeto contro i musulmani di Spagna e Guglielmo di Normandia (detto il Conquistatore) contro l’usurpatore Aroldo per la conquista del trono d’Inghilterra (1066). Intervenne anche in Germania per risolvere le incessanti controversie fra i grandi prelati e incoraggiò la costruzione della grande Abbazia di Montecassino (che verrà distrutta quasi mille anni dopo dai bombardamenti americani del 1944 e ricostruita nel 1964). Nel 1069 morì Goffredo di Toscana e per il papa ricominciarono i problemi. I nobili romani, infatti, ne approfittarono per rivendicare la signoria della città di Roma. Nel 1070 ritornò a Lucca, che era rimasta la sua diocesi, ed inaugurò il ristrutturato Duomo, sul fronte centrale del quale, scrive Dino Grilli, fece murare una lapide per avvertire che chiunque avesse osato modificare o danneggiare l’edificio sarebbe stato scomunicato in eterno. Ecco il testo integrale dettato in esametri dallo stesso papa: “Uius que celsi radiant fastigia templi/ sunt sub Alexandro Papa Secundo constructa/ ad curam cuius proprios et praesulis usus/ ipse domos sedes presentes struxit et edes/ in quibus hospitium faciens terrena potestas/ ut sit in aeterno statuens anathemate/ sanxit milleque sex denis templum fundamine/ iacto lustro sub bino sacrum stat fine peracto”. In quello stesso anno, in Francia, si formava per la prima volta un’istituzione chiamata “La comune” o semplicemente “Comune”. Fu Le Mans il primo Comune d’Europa. L’idea di governi cittadini autonomi si estenderà poi a macchia d’olio non solo in Francia, ma anche nel resto d’Europa e nell’Italia settentrionale e centrale. Pare sia stato proprio Lucca il primo Comune d’Italia. Ma Alessandro II proseguì soprattutto la sua opera di moralizzazione della chiesa. Proibì al clero l’accumulo di benefici e la loro investitura da parte di laici e convalidò i decreti di Niccolò II sull’elezione papale. Affiancato dal suo amico Ildebrando, sostenne i Patarini (che un secolo dopo saranno scomunicati proprio da un papa lucchese, Lucio III) nella lotta contro la simonia e il concubinato, inasprì ulteriormente i rapporti con l’arcivescovo di Milano Guido, che fu costretto ad abdicare (1071), e sventò la nomina al suo posto di Goffredo, un prete antiriformista fedele ad Enrico IV, imponendo l’elezione di Attone e riproponendo così il problema dei rapporti tra papato e impero, che sarà poi proseguito con maggiore intensità ed efficacia dal suo successore Gregorio VII. Alessandro II, che era nato a Baggio nel milanese intorno al 1012, morì a Roma il 21 aprile 1073 e fu sepolto in Laterano.

0

La topa di Capannori - romanzo

In libreria "La topa di Capannori", romanzo di Domenico Riccio
(presentazione alla stampa, Lucca 10 settembre 2005)

“Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannori”. Così scrive Giacomo Puccini in una lettera inviata alla sorella Ramelde. E in un’altra spedita al cognato Raffaello gli chiede: “Fa’ fare un cartello come la topa di Capannori”.

Domenico Riccio, vicesindaco di Lucca, è stato uomo di parola. “Avevo promesso – dice – un libro dall’ineluttabile titolo “La Topa di Capannori”, ve l’ho fatto desiderare ed ora eccovi accontentati. Ed ho cercato di fare un bel volume, anche dal punto di vista estetico”.

Edito da Edizioni Biagini, il libro, con copertina cartonata in tela e impressioni in oro e sovracoperta su cui spicca la foto della topa di Capannori, ha 320 pagine, costa 20 euro e si può acquistare da domani nelle migliori librerie di Lucca e provincia o presso la UGL, in Lucca, piazza S. Frediano n.15 (tel. 0583 491164 - chiedere di Cristiana Pieroni).

Arricchito dall’ampia presentazione del Ministro Altero Matteoli, che si sofferma a ricordare i suoi rapporti d’amicizia con l’autore e con molti personaggi citati nel libro, in particolare con Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, questo volume, che è il terzo romanzo di Riccio in tre anni (prima aveva pubblicato I racconti dell’infanzia di Damnic e Il seminarista, oltre ai due volumi di poesie: Damnic e Nesso), si compone di due parti: quella ludica e quella seria.

“La parte ludica – spiega Domenico Riccio, che lo ha presentato ieri in una conferenza stampa presso i locali completamente ristrutturati della Stella Polare in Piazza Grande, - narra della mia scoperta della topa di Capannori in America, in casa della signora Laura Padreddii, una Lucchese nel Mondo di Fremont in California; degli strani e simpatici commenti di alcuni miei amici al ritorno a Lucca; dei libri del Micheli e del Lera che parlano della “topa” e delle eccezionali e già citate lettere di Giacomo Puccini, che è vissuto nel tempo in cui la topa era ancora al suo posto. Poi si interrompe e riprende nella parte conclusiva, raccontando la mia visita alla topa, che il parroco di Capannori si tiene in canonica tutta per sé, come diceva la simpaticissima signora Laura, il clamore sollevato sulla stampa da una mia lettera aperta all’allora sindaco di Capannori, Michele Martinelli, con la quale lo invitavo a rimettere la topa sul campanile, le interviste e le lettere dei cittadini, molti dei quali avevano sentito parlare per la prima volta della topa di Capannori, una bella poesia di Giuliano Cesaretti e chiude con l’incontro tra me e Giorgio Del Ghingaro, nuovo sindaco di Capannori, al quale ho chiesto di risolvere una volta per tutte il problema della topa”.

“E’ un libro – aggiunge il vicesindaco Riccio – che i lucchesi e soprattutto i capannoresi non possono non leggere. Oltre a capire meglio cos’è e cosa rappresentava la topa di Capannori, scopriranno anche cosa sono le “sorche dei cuoiai” e sapranno soprattutto chi è il più grande amatore di donne di Lucca, che peraltro è tuttora in “attività” e continua ad arricchire il suo incredibile ed invidiabile carniere”.

La parte seria è, invece, un vero e proprio romanzo. Una storia sentimentale, ambientata a Lucca tra un ragazzo del sud di nome Damnic e la sua topa di Capannori, una ragazza del posto che si chiama Anna. Non potevano mancare i riferimenti, anche forti, agli anni di piombo, al terrorismo, a quei giovani dell’odio che hanno combattuto con le armi contro avversari e istituzioni, che hanno insanguinato l’Italia e lambito soltanto, per fortuna, la terra di Lucca.

0

La topa di Capannori - romanzo

SUCCESSO PER LA PRESENTAZIONE DELL'ULTIMO LIBRO DI RICCIO
All'appuntamento ha preso parte anche il ministro Matteoli. Un romanzo fra intrigo e tradizione
(Da La Nazione - cronaca di Lucca - del 4 ottobre 2005)

Grande successo di pubblico e di vendite per "La topa di Capannori", l'ultimo romanzo del vicesindaco Domenico Riccio che è stato presentato presso la casermetta S. Croce. In una sala gremitissima, l'autore ha salutato e ringraziato non solo i presenti ma anche coloro che hanno collaborato per la realizzazione dell'opera.
Ha quindi preso la parola l'editore Gino Biagini che ha fatto rilevare l'accuratezza nei particolari e la preziosità del formato del libro, che si può acquistare nelle migliori librerie lucchesi.
Poi la presentazione vera e propria.
Alessandro Bedini ha illustrato il contenuto del romanzo di Riccio, seguendo il percorso dell'autore dalla scoperta in America dell'esistenza di questo manufatto che prima si trovava sul campanile della chiesa di Capannori e muoveva le labbra al rintoccar delle ore e che ora è depositato in canonica, alle importanti lettere di Puccini che parlano della "topa di Capannori".
"Intrigo e tradizione - ha sottolineato Bedini - in una storia sentimentale ambientata a Lucca nei fatidici anni Settanta, tessuta con pazienza, acume e passione".
E' quindi intervenuto il ministro Altero Matteoli, che ha scritto un'ampia ed interessante introduzione al romanzo riportata nel libro, il quale si è soffermato sul "dono del saper scrivere" che l'autore ha dimostrato di possedere e che non deve in nessun modo abbandonare, sugli amici politici riportati nel romanzo, come Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, e soprattutto sul grande amore per la libertà che sprigiona copioso dalle pagine del libro e che ha contraddistinto Riccio in tutta la sua vita.

0

La topa di Capannori - romanzo

PRESENTAZIONE DEL MINISTRO ALTERO MATTEOLI

Tradizione popolare, cronaca politica, ragione e sentimento, paura, rabbia e quotidiano: tutto questo emerge dalle pagine di un libro che, attraverso l'affabulazione, ripercorre la matassa di un filo che si ricongiunge addirittura dall'altra parte dell'Oceano, in America.
Ed è proprio in questo quadro, da "Lucchesi nel mondo" alla ricerca di sé stessi, che lautore attraversa un percorso a me caro, fatto di militanza politica in una terra che ormai da anni è per me una specie di seconda patria, sede di luoghi che sono stati teatro dei miei primi successi e delle mie sconfitte.
Perché le grandi maturazioni degli uomini, delle idee e dei partiti, avvengono nei momenti di maggiore difficoltà ed a seconda dell'ambiente in cui si verificano. Non vi è dubbio che l'ambiente è uno dei fattori fondanti dell'identità.
L'interazione tra l'uomo ed il territorio in cui esso vive produce nel tempo una serie di reciproche modificazioni che finiscono per caratterizzare in maniera univoca entrambi. Gli uomini assumono una loro precisa connotazione culturale grazie all'ambiente che li circonda.
Nel corso dei secoli si sono così formate forti identità territoriali cui sempre è stato legato lo sviluppo economico e culturale delle diverse aree. Lucca, per esempio, risente ancora del fatto di essere stata indipendente dal Granducato per oltre sei secoli.
E così "La topa di Capannori" acquista qui un valore quasi esoterico, che al di là della sua connotazione oggettiva di maschera semi-parlante apposta sopra un campanile, ma che diviene quasi un simbolo recondito e dimenticato della forza di un popolo di grandi tradizioni popolari e culturali, quale quello della piana lucchese.
Ma è attraverso la cronaca degli anni settanta, di quegli anni di piombo terribili e indimenticabili, che rivedo una per una le facce degli amici citati nel volume: persone che, in molti casi, mi hanno accompagnato per tutta la vita.
L'anticomunismo è qui un valore che fa da collante in ogni pagina, la significanza estrema di molti percorsi, di tante scelte di cui oggi si è persa la memoria.
Proprio in quegli anni, nella vita sociale del nostro paese, qualcosa cambiava: la modernizzazione divenne un fatto reale, compiuto e si posero le basi per quello che, nel decennio successivo, sarebbe stato il boom dello strapotere dei media, della politica gridata in televisione dopo decenni trascorsi all'ombra delle federazioni.
Ma cosa rimane di quel mondo?
Cosa resta di un partito come il Movimento Sociale Italiano messo al bando da ogni forma mediatico-informativa, eccezion fatta per la cronaca nera? Quale cronista ha avuto il coraggio di intervistare chi gridava "Fascista basco nero il tuo posto è al cimitero" e soprattutto spiegare alle masse il perché di quella follia collettiva? La guerra delle parole, di cui Almirante tratta ampiamente in un discorso fedelmente riportato da Riccio, deve continuare ad essere perduta per sempre? Chi parlerà ancora di "Autobiografia di un fucilatore", del "Processo alla Prima Repubblica" e di tanti scritti che il segretario missino ha profuso in gran numero?
Questo non è vittimismo, ma la pura e semplice constatazione che, in assenza di un'organica documentazione di partito, la storia del medesimo è affidata al ricordo ed alla buona volontà di chi c'era nel testimoniare un percorso che deve essere comunque consegnato alla storia.
Ed è anche per questo che un libro come quello scritto dall'amico Riccio è importante.
Importante non solo per rievocare tra noi quanti e chi eravamo, ma soprattutto per parlare di noi a chi non c'era, oppure era troppo distratto dalle cose del mondo per ricordare che, nella civilissima Italia, c'era gente che gridava e moriva per un ideale, pagando a caro prezzo una vita controcorrente.
Ma se è vero che non si può basare un percorso politico sul rimpianto e la vendetta, è giusto tener presente che esistevano uomini come Danilo Ravenni e Beppe Niccolai che questo steccato l'avevano già saltato.
Rammento le nostre cene, i momenti di intimità in cui la politica correva di pari passo con l'evoluzione di una comunità dai vincoli fortissimi; ricordo gli scherzi, i comizi, gli scontri talvolta violenti, la vita vera, due uomini che si sentivano giovani nelle idee prima che nelle azioni.
E insieme a loro gli amici dei comitati centrali, la vita di provincia, la violenza delle piazze e, soprattutto, la passione. Ché la passione è sempre sinonimo di libertà, qualunque sia la sua origine: sia essa politica, fisica, intellettuale.
Guai all'uomo che non sa lasciarsi andare, che non sa sbagliare e dunque trovare nel fondo del proprio animo un palpito che meriti di essere vissuto.
Il protagonista del libro, Damnic, è sicuramente un ragazzo come tanti, ma con una storia particolare da raccontare e soprattutto un'esperienza da vivere che ci intriga pagina dopo pagina sino al lieto fine, sempre sospinta da un immenso amore per la libertà.
Proveniente da una famiglia democristiana, c'è qui tutto il tormento di una scelta diversa da quella che era stata voluta per lui, passando attraverso delusioni profonde ma efficaci, perché attraverso queste ha trovato la propria strada, affrancandosi dalla famiglia e diventando un adulto.
E la politica, a volte, può essere maestra di vita, magari attraverso il gioco di sintesi e teoremi che ci costringe a svolgere, magari inconsapevolmente.
E sullo sfondo dell'azione letteraria, l'orgoglio della terra di Lucca di essere latrice di messaggi di libertà, di voglia di crescere attraverso la politica, l'amicizia, il sacrificio, la vita.
Ma regina incontrastata è lei, la protagonista, la topa di Capannori che, tra scherzi e facili doppisensi, è avvezza a scandire le ore, ora accompagnando una campana ora metafora di immagini procaci, e lasciata per anni nell'ovattata quiete di una canonica.
Ma il destino la scova.
Perfino Giacomo Puccini nello scritto fedelmente riportato da Riccio dichiara: "Ah, quella era profonda, davvero come la topa di Capannori", dimostrando che, in fondo, anche i grandi artisti alle volte si fanno prendere la mano all'affabulazione popolare.
L'ineluttabilità dei tempi e del loro cammino porta nuovamente la vecchia maschera di legno alla ribalta delle cronache con tutta la verve e lo spirito di uno scrittore diventato toscano che, seppur dedito alla politica, dimostra di aver saputo ben coltivare, parallelamente, la passione dello scrivere.
Seconda solo, mi auguro, a quella del vivere.

Altero Matteoli
Ministro dell'Ambiente

1

La topa di Capannori - romanzo - recensioni

Recensione del Prof. Ettore Borzacchini

(da Il Tirreno del 5 ottobre 2005 - Rubrica: Spettacoli e cultura)

La riscoperta della "topa di Capannori" si deve alla ricerca appassionata e tenace di uno scrittore, Domenico Riccio, lucchese di adozione, il quale affascianato da questa espressione di cui si stava perdendo l'uso e la memoria, le ha dedicato non solo un pregevole romanzo, La topa di Capannori, Biagini 2005, ma ne ha ricostruito il significato e recuperato la gustosa immagine, attraverso un'indagine che tra l'altro ha il merito di collegare la dispersa cultura del popolo degli emigrati dalla terra lucchese, con testimonianze pressoché dimenticate di valenti storici del costume locale.
Se della topa di Capannori infatti ancor se ne parla, allegoricamente, nelle veglie dei vecchi pionieri lucchesi in California, si è dovuto faticar non poco per sapere cos'è, cos'era veramente e andarla a ritrovare in questa plaga della Toscana, dove nel tanto - dal Borzacchini - amato linguaggio di basso registro la topa occupa un posto di tutto rispetto definendo, come più volte da noi trattato, il complesso e gradevole panorama dell'organo genitale femminile, così come ce lo ha tramandato la più antica tradizione orale de' nostri antenati che furono contemporanei del Boccaccio, del Poliziano, del Machiavelli; "...ah, "topa", dolce e morbido lemma, magico evocatore di segreti pelami intravisti tra la coscia e il corpo..." (cfr.: Schwarzkopfen e Bartholdy, La topa, culto e miscredenza presso i popoli primitivi della Toscana costiera, Loreto 1964).
Si è appurato così che la "topa di Capannori" altro non era che un mascherone scolpito in legno, applicato all'orologio della chiesa principale del comune di Capannori, territorio eminente del vasto demanio paleodemocristiano della piana di Lucca, la qual icona con un ingegnoso meccanismo apriva e chiudeva la bocca dalle grandi e carnose labbra al batter dell'ore, e presumibilmente raffigurava una divinità pagana, Cronos, a rammentare alle genti l'ineluttabile divorar del tempo i destini dei mortali.
Terribile doveva essere l'effetto e di qualche jattura considerato quell'aggeggio, se ad esso fu affibbiato, dalla fantasia popolare e con apotropaico intento il nome di "topa", un po' forse per la forma di quella bocca e un po' per esorcizzarne con un'immagine di arguta e irriverente fantasia i possibili malauguri. Per molto tempo e gloriosamente troneggiante sul campanile essa doventò luogo comune (tòpos quindi, oltre che topa - Crepet) d'identità del paese e si trasferì nel lessico comune a indicarne alcunché di rimarchevole e altamente rappresentativo, tanto che lo stesso Giacomo Puccini in almeno due lettere familiari fa ad essa riferimento come paradigma di grandezza e di profondità.
Non resta da dire altro che attualmente il mascherone è conservato con cura amorevole nella sacrestia e che si è formato un movimento d'opinione, non scevro da capziose polemiche politiche, inteso alla sua ricollocazione sul campanile; chi trova riduttivo se non lesivo dell'immagine di Capannori assurger di bel nuovo al titolo di "paese della topa" evidentemente trascura i vantaggi anche economici e vivaddio culturali derivanti da una D.O.C. di questo genere nel quadro dell'apprezzamento del prodotto europeo a fronte delle dilaganti imitazioni del mercato asiatico (cfr.: Romano Prodi, Verso l'eurognocca, Fabbrica di Programma, Bologna 2005).
g.marchetti@awn.it

Recensione del Prof. Alessandro Bedini
INTRIGO E TRADIZIONE NEL ROMANZO DI RICCIO
Il mascherone di Capannori al centro del terzo libro del vicesindaco
(da Il Tirreno del 14 settembre 2005 in cronaca di Lucca)

E' il terzo romanzo in tre anni e si intitola "La topa di Capannori". Domenico Riccio, attuale vicesindaco, ha voluto recuperare un'antica tradizione della Lucchesia. La topa di Capannori, infatti, era un mascherone posto sul campanile della chiesa del paese, che si muoveva ogni volta che l'orologio batteva i quarti d'ora. La veste tipografica sontuosa, ideata dall'editore Gino Biagini, e la prefazione di Altero Matteoli, ministro dell'ambiente, impreziosiscono le pagine scorrevoli e curate scritte da Riccio.
Si tratta di un percorso autobiografico che ha inizio con una scoperta - l'esistenza della topa di Capannori della quale l'autore viene a sapere nel corso di un suo soggiorno negli Stati Uniti - da una signora che fa parte dell'associazione Lucchesi nel mondo.
Da quel momento l'idea prende forma, la trama comincia a dipanarsi, le pagine si susseguono incalzanti, fino ad arrivare a 320. Un libro ponderoso e anche complesso. Diviso in due parti "la prima ludica, la seconda seria" ha precisato l'autore nel corso della presentazione alla stampa. L'aspetto ludico ripercorre la storia di questo mascherone che fino agli anni Venti del secolo scorso campeggiava sul campanile della chiesa di Capannori. Ne ha parlato persino Giacomo Puccini in due lettere destinate alla sorella Ramelde e al cognato Raffaello Franceschini. La seconda parte lascia spazio a un sapido intreccio di sentimenti, politica, vita vissuta nei fatidici anni Settanta, quelli di piombo, della guerra civile strisciante tra giovani di destra e di sinistra.
Riccio ricostruisce quel clima, lascia assaporare al lettore il gusto amaro dell'essere di destra e quindi emarginati, anzi, trattati come dei paria della società. Sullo sfondo si muovono personaggi lucchesi e non, gli amici d'infanzia, le prime ragazze, i compagni di un'avventura politica ed esistenziale non ancora conclusa. Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, due leader del Movimento sociale italiano a Lucca e in Toscana, compaiono spesso nelle pagine del libro, è un ricordo commosso e denso di significati.
"La topa di Capannori" non è solo un tuffo un po' azzardato nella tradizione locale, ma la paziente tessitura di una tela che sarebbe piaciuta tanto a Riccardo Bacchelli, per la pazienza, la cura, l'acume, la passione con cui è stato scritto. Tra il serio e il faceto questo libro ci porta indietro nel tempo, nella geografia, nella storia, ci narra di un microcosmo che ha segnato molte esistenze, qualcuna perduta altre no, un mondo a molti sconosciuto sul quale l'autore ha gettato un fascio di luce.