damnic http://damnic.lacoctelera.net es-es Economía /imag/ed/hombre65x65.png damnic http://damnic.lacoctelera.net the-shaker v0.1. More on http://www.the-shaker.com Domenico Riccio ha pubblicato "Il mio web" http://damnic.lacoctelera.net/post/2009/03/03/domenico-riccio-ha-pubblicato-il-mio-web 2009-03-03T16:51:03+00:00 Nello scorso mese di dicembre è stato pubblicato il mio ultimo libro intitolato "Il mio web".
L'ho intitolato così perché il suo contenuto è stato interamente preso dal web. Si tratta, in sostanza, di quello che nel web ho trovato e che fa riferimento ai miei libri.
Oggi internet è una miniera eccezionale, preziosa, assolutamente insostituibile, un mondo inimmaginabile fino a pochi anni fa, di cui pare proprio che non si possa più fare a meno. E in questo mondo c'è anche qualcosa che mi riguarda. L'ho cercato, l'ho prelevato, l'ho ordinato ed è venuto fuori questo libro.
E' scaturita una raccolta di brani, presentazioni, recensioni ed articoli che riguardano praticamente tutte le mie pubblicazioni: dai libri di poesie, ai romanzi, alle altre cosucce che mi è venuto in mente, nel corso di questi anni, di scrivere e rendere pubbliche. E' venuta fuori, di conseguenza, una sorta di antologia bibliografica personale, che ho cercato di rendere più piacevole inserendo varie foto.
Il libro è stato pubblicato in USA da Lulu Enterprises e costa € 11,94 con copertina morbida e € 12,80 con copertina rigida; download € 5,00.
Per eventuali acquisti, collegarsi col sito
www.lulu.com

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2009/03/03/domenico-riccio-ha-pubblicato-il-mio-web#comentarios
La storia di una mia amica http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/08/16/la-storia-di-mia-amica 2007-08-16T14:04:58+00:00 “La storia di una mia amica” è il titolo dell'ultimo romanzo di Domenico Riccio.

Pubblicato in questi giorni a cura delle Edizioni Lulu (New York 2007, pp. 122 a € 10,92 e scaricabile a € 3,11), il nuovo romanzo dell'ex vicesindaco di Lucca racconta la storia, intensa e dura, di una donna del sud (che è la terra d'origine dell'autore) tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta.

Costretta, giovanissima, a sposare un ragazzo di buona famiglia perché incinta, Maria viene trattata dal marito Giulio peggio di una serva, senza alcun rispetto, senza dignità.

E non può neanche ribellarsi, la giovane sposa, perché in quegli anni in Italia, soprattutto nel sud, la donna non ha molti diritti e deve obbedire, se vuole evitare di essere offesa e picchiata dal suo uomo anche con violenza.

E' un romanzo breve, ma ricco di colpi di scena, di incredibili momenti di vita realmente vissuta. E' uno spaccato su quegli anni pieni di problemi e di speranze, che offre un quadro reale non solo della condizione della donna, ma anche delle miserie (prostituzione, droga, malavita organizzata) che ancora oggi attanagliano alcune zone degradate del nostro bel paese.

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/08/16/la-storia-di-mia-amica#comentarios
L'Eros negli scacchi - Nuovo libro di Domenico Riccio http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/08/10/l-eros-negli-scacchi-nuovo-libro-di-domenico-riccio 2007-08-10T18:09:40+00:00 La storia di mio figlio con gli scacchi è stata appassionante ed anche ricca di soddisfazioni. Lo è stata anche per me, grazie a lui ed alle sue capacità.
Ma non si tratta di una storia finita. La passione, l’amore, di mio figlio per l’arte del gioco degli scacchi non si è esaurita. Tutt’altro. Egli intende proseguirla. E a me, sinceramente, fa piacere.
Questo libro, che racconta, attraverso gli articoli di stampa e pezzi tratti dal web, i momenti più interessanti della sua avventura tra alfieri e pedoni, torri e cavalli, re e regine, è solo un mio piccolo omaggio, un segno d’affetto, d’amore, di rispetto, per mio figlio Eros.
(Edizioni Lulu, New York 2007 - 86 pagine, Libro a copertina morbida: €8.07, Download: €1.25)

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/08/10/l-eros-negli-scacchi-nuovo-libro-di-domenico-riccio#comentarios
History of Domenico Riccio http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/history-of-domenico-riccio 2007-07-25T16:11:56+00:00 Domenico Riccio is been born in Valle Agricola, in province of Caserta, the 29 July 1950 and she has been moved in “antico et populare Stato” of Lucca in the june of 1974.
It has trained the city of the "arborato cerchio” for beyond 20 years, before like communal councilman of opposition and then, for seven years and means and until the February of 2006, with Deputy mayor. He is also candidate to the Chamber of deputies, the Senate and Mayor of Lucca.
Provincial director of patronage ENAS, has covered for approximately twenty years the assignment of provincial secretary before the Cisnal mayoralty and then of the Ugl. Married,has a son chess player. He appeals to to write in backs and prosa and has published the following works:
1) “Damnic”, book of lyric (Maria Pacini Fazzi publisher, Lucca 1988);
2) “Nexus”, book of lyric (Maria Pacini Fazzi publisher, Lucca 1991);
3) “Storys of infancy of Damnic”, novel (Maria Pacini Fazzi publisher, Lucca 2003, pp. 190 to € 10,00);
4) “The seminarista”, novel (Maria Pacini Fazzi publisher, Lucca 2004, pp. 160 to € 10,00);
5) “the topa of Capannori”, novel with the introduction of the Minister Altero Matteoli (Editions Biagini, Lucca 2005, pp. 320 to € 20,00);
6) “The challenge of Fazzi”, instant book (Litotipo S. Marco, Lucca 2005, pp. 160 to € 10,00), book repudiated from the author and not in sale;
7) “Sproloquio on the mystery of the existence of the evil and therefore also of the good”, e-book (Ass. Cesar Viviani interfree, Lucca 2006, releasable one free of charge;
8) “2006 - a year with ribbons”, personal, political, social, historical and cultural reflections (Nicola Calabria publisher, 2007). ]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/history-of-domenico-riccio#comentarios
2006 - Un anno coi fiocchi http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/2006-anno-coi-fiocchi 2007-07-25T16:10:29+00:00 E’ stato pubblicato l’ultimo libro di Domenico Riccio intitolato “2006-Un anno coi fiocchi”. Si tratta di riflessioni personali, politiche, sociali, storiche e culturali che fanno riferimento al 2006, uno degli anni più brutti di Riccio, specie nei primi mesi, quando ruppe ogni rapporto con l’ex sindaco e decise di lasciare la giunta comunale. L’autore ha sentito il bisogno di ripercorrere i momenti più critici, più rilevanti dell’anno scorso, quelli che hanno lasciato un solco nei suoi sentimenti, nella sua esperienza di vita. Ma gli avvenimenti descritti in questo libro (Nicola Calabria editore, costo € 10) non riguardano solo la vita di Riccio. La sfiducia all’ex sindaco e il commissariamento del comune, infatti, hanno segnato la vita politica di tutti i lucchesi; sì come la vittoria di Prodi e la politica del governo di sinistra hanno influito sulle sorti dell’intera nazione. “E’ diviso in tre parti – spiega lo stesso Riccio, che si è ricandidato per il Comune di Lucca. - Nella prima si trova il resoconto dei fatti, soprattutto politici, di un anno difficile da dimenticare, che solo ironicamente ho definito “un anno coi fiocchi”. Nella seconda parte sono riportati alcuni miei “pezzi” riguardanti personaggi e tradizioni lucchesi: da Puccini a Catalani, da Batoni ai papi Alessandro II e Lucio III, dalla Madonna dello stellario alle “sorche dei cuoiai”. La terza parte, infine, è riservata a riflessioni di più ampio respiro, che vanno dalla storia alla politica, dalla cultura al sociale”.

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/2006-anno-coi-fiocchi#comentarios
Lo stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello stato http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/lo-stato-se-ne-frega-di-loro-e-loro-se-ne-fregano-dello-stato 2007-07-25T16:08:36+00:00 “Lo Stato se ne frega di loro e loro se ne fregano dello Stato”. Questo, in copertina, il titolo della nota rivista nazionale “Cronaca vera” sulla sollevazione di quei giorni a Valle Agricola contro l’imposizione della tassa fondiaria. All’interno del periodico, un bell’articolo, con tanto di foto, che raccontava i momenti e le cause della rivolta del piccolo e povero paese di montagna, esaltando il coraggio e le ragioni dei valligiani, che osarono sfidare la protervia del governo e si rifiutarono in massa di sottostare all’imposizione di una tassa ingiusta.
Ma il singolare avvenimento superò anche i confini nazionali e addirittura quelli europei, finendo oltre oceano. Approdò, infatti, sulle pagine del più prestigioso quotidiano americano, il New York’s Time.
Una trentina d’anni addietro, il paese era riuscito ad ottenere dal governo Mussolini l’esonero dal pagamento di quella obbrobriosa tassa; ora il governo democristiano la pretendeva di nuovo.
A tutte le famiglie arrivarono le cartelle esattoriali con l’indicazione degli importi da pagare. A parte il fatto che i dati del ministero erano totalmente sbagliati, perché nel frattempo si erano verificati numerosi passaggi di proprietà, magari mai regolarizzati, i valligiani ne fecero giustamente una questione di principio. Come si può permettere un governo serio e democratico di chiedere il pagamento di tasse su abitazioni distrutte dalla guerra e rimesse su alla meglio, pietra su pietra, dalla ostinata volontà e dagli enormi sacrifici dei paesani, senza che nessuno se ne fosse mai occupato ed avesse minimamente contribuito? Come poteva pretendere, questo governo poco serio e per niente democratico, il pagamento di una tassa su miseri terreni di montagna, pieni di sassi, che non producevano quasi nulla e dai quali solo l’indomita fatica dei valligiani riusciva a cavare quel minimo indispensabile, che a malapena consentiva alle numerose bocche delle famiglie di Valle di sfamarsi e sopravvivere?
Il giornale aveva proprio ragione: “Se ne sono sempre fregati di loro e hanno il coraggio di presentarsi solo per riscuotere le tasse. Ora i valligiani fanno bene a fregarsene del governo e delle sue tasse”.
Gli uomini del governo, però, la pensavano diversamente: aprirono un ufficio nella piazza principale del paese e cominciarono ad inviarci, un paio di volte al mese, un esattore delle tasse col preciso compito di riscuoterle.
Ma i valligiani non ci pensarono due volte e fecero sapere all’esattore che, se si fosse ancora presentato in paese, la sua testa sarebbe finita, pari pari, nel cappio che a bella posta era già stato agganciato al balcone del municipio. E l’esattore, che non doveva essere un tipo molto coraggioso, per un po’ di tempo non si fece vedere.
*
A Valle Agricola esisteva una buonissima abitudine: quando succedeva una disgrazia, si accantonavano le antipatie personali e le discordie familiari e tutta la gente accorreva e si metteva a disposizione. Se, per esempio, prendeva fuoco una masseria, Puppino il sacrestano suonava a distesa le campane, la voce si spargeva in un battibaleno e tutti, proprio tutti, correvano con secchi, conche e ogni sorta di recipienti pieni d’acqua per sedare l’incendio.
E la tassa della fondiaria non poteva che essere considerata alla stregua di una grossa disgrazia.
A parte la chiesa, in paese non esisteva un locale ampio dove tutto il popolo potesse riunirsi. Si ritrovarono allora in piazza per discutere della grave e difficile situazione. La prima importante decisione fu quella di far scomparire l’esattoria. Uno tra i più facinorosi propose addirittura di darla alle fiamme, ma un altro si oppose duramente.
- Alle fiamme ci dai casa tua! – gli urlò sul muso quest’ultimo, prendendolo per il bavero. Abitava proprio sopra l’esattoria!
Alla fine prevalse una soluzione ragionevole: presero due robuste tavole di legno, le inchiodarono sulla porta a mo’ di croce di Sant’Andrea e la sede dell’esattoria venne sprangata.
Quindi parlarono delle cartelle esattoriali che ognuno aveva portato con sé. Bisognava decidere cosa farne. La soluzione fu trovata immediatamente e questa volta nessuno fece obiezioni. Le accatastarono tutte in mezzo alla piazza, una sopra l’altra, dettero fuoco al mucchio e ne fecero un gran bel falò.
A Caserta, evidentemente, si venne a sapere di come si erano comportati i valligiani. Le autorità competenti, infatti, scandalizzate dall’insulso ed inaccettabile atteggiamento di quei montanari incivili, decisero di ricorrere alle maniere forti. La legge è legge e va rispettata e fatta rispettare ovunque, da tutti e con ogni mezzo. Come potevano farsi intimidire da quattro pecorai pidocchiosi e ignoranti di un piccolo e sperduto paese di montagna che non risultava nemmeno sulle carte geografiche? Visto che se l’erano cercata, la lezione sarebbe stata esemplare.
*
Una bella mattina si sparse la voce che stava per arrivare in paese un importante personaggio della provincia, accompagnato dall’esattore e scortato da un grosso esercito di carabinieri, poliziotti e militari.
I valligiani si mobilitarono immediatamente. Si ritrovarono in piazza e, senza troppi discorsi, decisero che avrebbero resistito. Il governo vuole la guerra? E guerra sia!
Ma bisognava organizzarsi bene: i più piccoli, Damnic in testa, forniti di sacchetti pieni di chiodi a tre o quattro punte, furono mandati a spargerli lungo la via nuova; i cacciatori si piazzarono con i loro fucili sulle finestre, pronti ad aprire il fuoco; tutte le donne incinte vennero requisite e portate in municipio.
Luisella e Menechella la sargentessa riagganciarono la corda col cappio al balcone del comune e minacciarono anche il sindaco e il segretario comunale perché sembravano più disposti a trattare col nemico che alla resistenza ad oltranza. Tutti gli altri si attestarono in piazza, armati di falci, bastoni e forconi.
La prima sorpresa per l’esercito provinciale fu quella dei chiodi: molte vetture si ritrovarono con le gomme a terra. Il comandante fu costretto a fermare la colonna e ordinò ai suoi uomini di provvedere alla sostituzione. Gli ci volle un bel po’ di tempo, perché alcune camionette avevano più di una gomma bucata e dovettero far ricorso anche alle ruote di scorta degli altri mezzi.
Il comandante, però, non era uno stupido e capì che, prima di riprendere il viaggio verso il paese, era necessario spazzare via i chiodi che, a centinaia, metro dopo metro, infestavano la strada. Quando seppe che il suo esercito non aveva neanche una ramazza, si arrabbiò. Come facevano a raccoglierli uno per uno con le mani? Non avevano mica tempo da perdere! Poi gli venne l’idea giusta e ordinò ai militi di costruire immediatamente delle ramazze. Così fecero e, dopo un paio d’ore, la via nuova era stata bonificata.
Era veramente un esercito sproporzionato: tra carabinieri, poliziotti e militari si potevano contare almeno trecento unità. Neanche durante l’ultima guerra mondiale si erano visti tanti uomini armati a Valle Agricola!
Arrivati all’imbocco del paese, formarono una lunghissima colonna di vetture e camionette lungo tutta la via nuova, da ‘ncopp’a Duretula fino alla lontana fontana della Cerqua. Era uno spettacolo!
Scesero dai mezzi e, con in testa il loro comandante e il personaggio della provincia, si avviarono a piedi verso la piazza per poi raggiungere ed occupare la sede del potere, il municipio.
Fatti pochi metri, però, videro spuntare da ogni finestra le canne dei fucili dei cacciatori e si fermarono. Il comandante chiese un megafono. Non c’era. Allora decise di farne a meno e, con tutta la voce che aveva in gola, ordinò ai valligiani di consegnare le armi.
- Vienitele a prendere, se ne hai il coraggio! – disse una voce da una finestra.
- Non sono venuto in questo paese per farmi sfottere – replicò il comandante – e vi conviene obbedire e non farmi perdere la pazienza!
Lì per lì nessuno rispose. Ci fu un attimo surreale di silenzio. Improvvisamente s’udì una solenne pernacchia. Da dietro le finestre e per la strada tutti cominciarono a scompisciarsi dalle risate.
Il comandante rimase allibito. Quando si rinvenne, si arrabbiò terribilmente e dovettero quasi tenerlo. Poi chiamò un paio di subalterni e disse loro di tenersi pronti perché avrebbe dato l’ordine di sparare.
- Che cacchio dici! – gli fece con durezza ed apprensione il personaggio della provincia, che aveva ben sentito le parole del comandante.
- Non lo vedi che sono costretto? – si difese lui.
- Non fare stronzate, per favore! – tagliò corto il personaggio.
Dopo un lungo consulto e un sacco di parolacce, il comandante prese una decisione irrevocabile: ordinò ai suoi di passare ugualmente e di marciare verso il municipio e, se qualcuno di quei villani avesse sparato, essi avrebbero risposto al fuoco.
- Me ne assumo io tutte le responsabilità!
Nell’aria la tensione si tagliava col coltello. Cosa sarebbe accaduto se da una finestra fosse partito un colpo, magari solo per sbaglio? Naturalmente, nessuno sparò.
- Fateli avanzare – disse sogghignando un vecchiettino che, avendo fatto la prima guerra mondiale, era esperto di strategia militare, - che poi li facciamo tutti prigionieri!
L’esercito, circondato dai valligiani che agitavano paurosamente i forconi ma senza fare danni, oltrepassò la piazza e raggiunse la sede del comune.
Il comandante, nervosissimo, vide il cappio appeso al terrazzo e ordinò di farlo togliere. Un poliziotto, sollevato a braccia da un paio di colleghi, recise la corda con un coltello.
A questo punto non restava che occupare la sede, ma le sorprese non erano certo finite.
Sulle scale del municipio ecco tutte le donne incinte del paese!
Quando i primi militari provarono a salire, queste si strinsero l’una all’altra, ostruendo di fatto il passaggio e, prima che qualcuno potesse avvicinarsi, cominciarono ad urlare come se quegli uomini le stessero già spingendo.
- Se mi metti un dito addosso – diceva una – giuro che mi tiro giù per le scale e poi sono cazzi tuoi.
- Fate largo! – urlò imbestialito il comandante.
- Devi passare sopra le nostre pance! – risposero le donne in coro.
Sulla strada la folla cominciò a rumoreggiare.
- Non vi permettete di toccare le nostre donne!
La situazione si faceva ancor più delicata. Un conto è attaccare degli uomini che oppongono resistenza, altro conto è maltrattare delle inermi donne incinte. Se succede un guaio ad una di esse, non ti salvi più.
- Questi figli di puttana l’hanno studiata proprio bene! – mugugnava il personaggio della provincia.
Il comandante non sapeva che pesci prendere. Le donne continuavano a gridare. Fu costretto a dare l’ordine di non toccarle.
Poi, però, perse definitivamente la pazienza e ordinò personalmente alle donne incinte di togliersi dai piedi, altrimenti non avrebbe risposto delle proprie azioni.
Queste urlarono ancora più forte e la gente per strada cominciò a pressare con i forconi. Apparvero anche i cacciatori con i fucili a tracolla.
Il personaggio della provincia, che mai avrebbe immaginato di trovarsi in un casino del genere, continuava a ripetere al comandante di non fare stronzate.
Questi, allora, un po’ per intimidire la folla e un po’ per non passare da fesso, pensò di fare arrestare qualcuno di quelli che avevano il fucile. Il motivo? Resistenza armata.
- Ma quale resistenza armata! Non lo vedi che i fucili sono scarichi?
Ancora una volta il comandante ci passò da biscaro, come si dice a Lucca.
*
Forse, più tardi, lui e il personaggio importante riuscirono anche a parlare con il sindaco e il segretario, ma si erano ormai resi conto che con quella gente c’era poco da fare.
Meglio tornarsene a Caserta. Anche perché cominciava a far buio e nessuno degli invasori aveva ancora messo nulla di solido sotto i denti. Il comandante non voleva neanche sentirne parlare, ma alla fine, convinto a malincuore dal personaggio della provincia che non vedeva l’ora di lasciare quel paese, ordinò ai suoi la ritirata
Ma in serbo per loro non poteva non esserci un’ultima sorpresa.
Quando, sconsolati, tornarono alle camionette per riprendere la via del ritorno, trovarono ancora una volta le gomme delle ruote bucate.
Erano stati i fantastici ragazzi di Valle. Non potevano mica rimanere con le mani in mano, mentre il paese veniva invaso dal nemico! Si erano muniti di arnesi vari e ne avevano bucato il maggior numero possibile.
Poiché le gomme erano dure, Damnic era andato a cercarsi gli attrezzi adatti nella falegnameria del papà. Armato prima di chiodo e martello, poi di punteruolo e quindi di una sega, anche lui aveva fatto il suo dovere.
Immaginate un po’ come ci rimase il comandante!
Senza dubbio si sarà pentito di aver dato retta al personaggio della provincia e di non aver messo a ferro e fuoco quel paese di rivoluzionari e di evasori.

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/lo-stato-se-ne-frega-di-loro-e-loro-se-ne-fregano-dello-stato#comentarios
Le sorche dei cuoiai (di Domenico Riccio) http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/le-sorche-dei-cuoiai-di-domenico-riccio- 2007-07-25T16:06:42+00:00 (scritto in collaborazione col Ser mastro artigiano Claudio ne'
Cerasomma da Lucca)
In piazza della Misericordia si fermò per la solita bevuta alla
fontana della Pupporona, così detta per la bella statua di Naiade col
seno scoperto. Poi si avvicinò alla chiesa di San Salvatore e si fermò
a guardare l'architrave della porta destra della facciata.
L'architrave della porta di fianco, sul quale è raffigurato il
miracolo di San Nicola ed è opera del Biduino, lo aveva già ammirato
in altra occasione. Spostandosi per osservare meglio la
rappresentazione della leggenda dello scifo d'oro, notò svariate
solcature verticali sui marmi degli stipiti delle porte.
- I soliti vandali! - esclamò, rivolto anche ad un volontario della
Misericordia che era seduto sui gradini della chiesa.
Il ragazzo, che poi disse di chiamarsi Claudio e divenne suo amico,
gli spiegò invece che quelle non erano opere di irresponsabili.
- Si tratta - disse - delle famose "sorche dei cuoiai". Se ci fa caso,
vedrà che le ritrova davanti a quasi tutte le chiese della città.
- Sorche dei cuoiai? - ripeté Damnic incuriosito. - E cosa sono?
Un tempo - raccontò Claudio - quando la gente si recava a messa ed
aveva qualcosa da farsi rammendare, la lasciava ai cuoiai davanti alla
chiesa e la ritirava all'uscita. Durante la messa, questi lavoravano
con grossi aghi e per rifare la punta li passavano sul marmo e così
formavano le "sorche".
(tratto da "La topa di Capannori")
Ma cerchiamo di capire meglio.
Nell'alto medioevo i cuoiai avevano botteghe ed esercitavano l'arte
nella contrada di Sant'Andrea, a differenza dei pellai che erano in
Pelleria (inteso come quartiere, perché l'attività veniva esercitata
soprattutto in via delle Conce).
Ma il 25 Agosto 1382 la Repubblica approvò i nuovi ordini
sull'industria della cuoieria, stabilendo che questa doveva essere
esercitata "se non in contrada S. Tomeo in li luoghi dove anticamente
è usato di farsi" e che anche le botteghe dei cuoiai dovevano essere
comprese dentro detti termini, "dalla ruga che vae da san Giorgio a
sancta Giustina in suso verso sancto Tomeo" (che sta per San Tommaso)
e quindi in via delle Conce in Pelleria,
La via delle Conce in quei tempi era una calla, ovvero una via d'acqua
costruita artificialmente da una diramazione presso l'attuale zona di
S. Frediano (v. Lucca, il paesaggio e l'architettura dell'acqua e
L'acqua fonte di attività produttive di Gilberto Bedini).
Le attività di trattamento del pellame venivano svolte in locali posti
al piano terra in grandi vasche di pietra, forse ancora oggi
esistenti. In particolare nel fondaco, che fa angolo fra via S.
Tommaso e via delle Conce. I pellai erano in stretto contatto con i
cuoiai. E non si può escludere che nelle zone adiacenti esistessero
laboratori di cuoio dorato e argentato usato per libri, mobili ed
altro. E' invece certo che essi erano obbligati ad esercitare la loro
attività all'interno delle mura, pena addirittura l'impiccagione.
Ma l''esercizio dei cuoiai si estendeva anche al di fuori dei
laboratori. Ed era normale vederli sostare all'ingresso delle numerose
chiese della città, specie nei giorni di festa, quando maggiore era
l'afflusso di gente.
Chi si recava in chiesa gia sapeva che avrebbe trovato almeno un
cuoiaio davanti all'ingresso e ne approfittava per farsi fare
riparazioni su capi in pelle. Finita la messa, ritirava i capi
rammendati e pagava il corrispettivo pattuito.
Va considerato che nel medioevo le pelli avevano un ruolo essenziale
nella vita quotidiana. Non esistendo le materie sintetiche di oggi,
venivano utilizzate per le borse, gli zaini, le sacche, i capi di
abbigliamento, le calzature e soprattutto per le sellature di cavalli
e muli, ma anche per i filamenti da traino e le coperture dei carri; e
l'elenco potrebbe continuare.
I cuoiai, principalmente per le riparazioni su cuoio e pelle,
utilizzavano aghi molto lunghi e spessorati , molto più lunghi di
quelli che venivano usati dai tappezzieri per ricucire le matrasse
(materassi). I testi non riportano questa usanza di lavorare davanti
alle chiese, ma la cosa è stata tramandata verbalmente e non può certo
finire nel dimenticatoio.
E quegli aghi, per penetrare le pelli, dovevano mantenere la punta
sempre bene affilata. Per questo motivo essa veniva strusciata
ripetutamente sul marmo di un pilastro e l'operazione di sfregamento
ha prodotto nel tempo delle vere sorche (o solche), ovvero delle
solcature più o meno profonde e comunque evidenti nel marmo stesso.
Davanti a quasi tutte le chiese di Lucca, di lato ad ogni ingresso,
possiamo dunque ancora oggi vedere sugli stipiti di marmo e sui
blocchi adiacenti quelle che sono diventate le sorche dei cuoiai.
Le quali, però, non si notano sui marmi del duomo di San Martino (per
la verità una l'ho riscontrata di persona, ma una sola). E forse il
motivo sta in ciò che è scritto su una lapide fatta apporre sulla
facciata da papa Alessandro II nel 1070, in occasione
dell'inaugurazione della cattedrale completamente ristrutturata, che
in sostanza dice: "Chi tocca il duomo sarà scomunicato" (vedi testo
integrale, dettato in esametri latini direttamente dal papa, nel pezzo
di questo libro intitolato Papa Alessandro II, vescovo di Lucca).
Nelle intenzioni del pontefice la minaccia d'anatema era naturalmente
rivolta a coloro che avrebbero osato distruggere o anche modificare la
struttura del tempio, ma i cuoiai, per estensione o per paura, visti i
tempi, avranno forse pensato che la scomunica potesse arrivare anche
per una semplice scalfitura e non l'hanno toccato.

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/le-sorche-dei-cuoiai-di-domenico-riccio-#comentarios
La Madonna dello stellario (di Domenico Riccio) http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/la-madonna-dello-stellario-di-domenico-riccio- 2007-07-25T16:05:06+00:00 Nella ricorrenza della festa dell'Immacolata Concezione, ogni anno i lucchesi, dopo aver ascoltato la messa nella vicina chiesa si San Pietro Somaldi, si ritrovano nel largo di via del Fosso, all'imbocco della piazza che ha per sfondo la bella facciata dell'antica chiesa di San Francesco, pantheon della città, sotto la splendida statua della Madonna dello Stellario per rendere omaggio alla Santa Vergine.
Alcuni antichi testi liturgici testimoniano che fin dal XIII secolo
nella diocesi di Lucca si celebrava il culto dell'Immacolata
Concezione della Vergine Maria; e questo fatto va ad assumere
un'importanza particolare se si considera che il dogma
dell'Immacolata Concezione venne proclamato solo molti secoli più tardi, l'8 dicembre del 1854, da Papa Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus.
La statua della Santa Vergine, collocata sopra una colonna più antica con capitello corinzio molto bello e di indubbio valore storico, venne eretta verso la fine del 1600 e risulta essere il primo monumento all'Immacolata costruito in Italia.
Alla sua inaugurazione partecipò non solo il Vescovo, e quindi la
parte religiosa, ma anche il Consiglio degli Anziani della Repubblica di Lucca, e quindi la parte pubblica. E ancora oggi, nell'annuale ricorrenza dell'8 dicembre, si ritrovano ai piedi della Vergine sia l'Arcivescovo che le autorità cittadine, a testimonianza dell'immutata devozione della città verso la Madonna.
La nota stonata di quest'anno, dopo che il monumento è tornato all'antico splendore grazie ai lavori di restauro eseguiti a cura dei Lions Club Lucca Host e dell'Antico Uffizio della Zecca, è
l'assenza del primo cittadino, degli assessori e dei consiglieri
comunali. Il sindaco, infatti, è stato sfiduciato dal consiglio il 7
luglio scorso e, di conseguenza, anche la giunta e lo stesso consiglio comunale sono stati sciolti. Il comune di Lucca è attualmente affidato ad un commissario, che rimarrà in carica fino alle elezioni della prossima primavera.
Ma tornando al monumento ed alla sua tradizione, è giusto ricordare anche la figura di colui che fu l'artefice della sua costruzione.
Nel 1600, in una Lucca che aveva già dedicato nei secoli antecedenti numerose chiese (si chiamava anche la città dalle cento chiese) e anche alcune porte della sue mura al nome di Maria (Porta Santa Maria era la principale della città), assunse grande importanza, per la ulteriore diffusione del culto mariano, la Congregazione fondata da San Giovanni Leonardi e da Flaminio Nobili, Vicario Generale della diocesi di Lucca.
Durante il governo diocesano di Flaminio Nobili, che durò ben 45 anni, fu da lui promossa l'istituzione di molte confraternite e la
costruzione di numerosi oratori dedicati al nome di Maria. E fu proprio Flaminio Nobili, che abitava l' di fronte, a fare erigere la colonna con la splendida statua della Vergine Maria, opera dello scultore Giovanni Lazzoni di Carrara, in occasione del Giubileo del 1687.
Nel piedistallo del monumento si ammira una veduta della città di Lucca del XVII secolo ed è incisa la significativa iscrizione "Vere libera, serva nos liberos" (Tu che sei veramente libera, conserva anche noi liberi). Con questa preghiera, rivolta alla Madonna, si è inteso coniugare il grande amore per la libertà del popolo lucchese con la sua altrettanto grande e sentita devozione per la Vergine Maria.
Devozione che rimane tuttora intatta e che la città continua ad
esprimere non solo con l'annuale presenza sotto il monumento di autorità e cittadini, ma anche col gesto simbolico della deposizione sulla statua, con l'ausilio di un mezzo dei vigili del fuoco, di due corone di fiori, una per conto della parte civile e l'altra per conto di quella religiosa.

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/la-madonna-dello-stellario-di-domenico-riccio-#comentarios
Alfredo Catalani (di Domenico Riccio) http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/apparve-per-brevi-anni-guardando-intorno-in-alto-in-se- 2007-07-25T16:03:05+00:00 Apparve
per brevi anni
guardando intorno
in alto
in sé.
Trasse d’oltre la vita
Dejanice Edmea Loreley Wally.
Riportò agli uomini dolci note
che il cuore non ricordava e riconobbe e non oblia.
Pende dal salice l’arpa
ma cantano ancora le corde
tocche da dita
che i nostri occhi non vedono più.

Due anni fa, in occasione del 150° anniversario della nascita di Alfredo Catalani, la città di Lucca lo ha ricordato dandogli una degna sepoltura nel famedio del cimitero monumentale urbano. Un doveroso atto di riconoscenza per uno dei più grandi figli della nostra città, l’autore di Dejanice, Edmea, Loreley, Wally, genio precoce e sfortunato. Nato a Lucca il 19 giugno del 1854 da una famiglia di musicisti, Alfredo Catalani abbandonò gli studi da avvocato per dedicarsi esclusivamente alla musica, avendo come maestri Carlo Angeloni e Fortunato Magi e diplomandosi nel 1872 con quel capolavoro di composizione che è la Messa. Pochi mesi dopo venne accettato al conservatorio di Parigi e studiò pianoforte con Marmontel e contrappunto con Bazzini, ma l’anno successivo tornò in Italia e continuò gli studi al conservatorio di Milano, manifestando il suo talento con la Chanson Groenlandaise. Si diplomò nel 1875 presentando La Falce, una breve opera dal tono wagneriano tratta da un libretto di Arrigo Boito. Rimasto a Milano e vivendo in ristrettezze economiche, nel 1880 compose Elda (che dieci dopo trasformò in Loreley), opera commissionata dalla casa editrice Lucca, nel 1883 Dejanice, opera su libretto di Zanardini su soggetto di Boito, ed Ero e Leandro, poema sinfonico, e nel 1886 Edmea, che andò in scena a Torino e fu diretta da Arturo Toscanini. Morto Ponchielli nel 1886, fu assunto al conservatorio di Milano come insegnante di alta composizione. L’opera che portò il compositore lucchese al successo fu Wally, tratta da un romanzo d’appendice tedesco, che fu rappresentata alla Scala e poi al teatro di Lucca con la direzione ancora di Arturo Toscanini. Alfredo Catalani credeva molto nel potere della melodia ed introdusse nelle sue opere la lezione del rinnovamento sinfonico e del dramma lirico francese. Fu rispettato dal suo concittadino Giacomo Puccini, ma non da Giuseppe Verdi, che in una lettera scrisse: “Questi giovani che vogliono rinnovare e correre per le nuove strade mi sembrano un poco sconsigliati e, confidando troppo nell’avvenire, finiranno col perdere anche il presente”. Ma il problema principale di Catalani fu la sua malferma salute, che certamente ne condizionò anche la produzione musicale. Affetto da tubercolosi fin da giovane, la malattia lo condusse alla precoce morte, che avvenne a Milano il 7 agosto del 1893. Aveva solo 39 anni! Le sue spoglie mortali, sepolte inizialmente nel cimitero monumentale di Milano, l’anno successivo vennero traslate a Lucca. Furono poste, dopo le onoranze funebri, in un deposito sotto il famedio del cimitero di S.Anna, con l’impegno dell’amministrazione comunale di provvedere in breve tempo (!) ad un sepolcro dignitoso. Sono rimaste abbandonate in quel luogo per ben 110 anni! E’ stato grazie all’energia e alla perseveranza dell’amico Beppino Lenzi, cultore appassionato della storia di Lucca, nonché all’impegno del Comune, alla collaborazione della Soprintendenza e al sostegno insostituibile della Fondazione Cassa di Risparmio, che Lucca ha potuto finalmente onorare il suo debito di riconoscenza nei confronti di un altro dei suoi grandi musicisti. Un modo per ridestare la consapevolezza dei cittadini, specie dei più giovani, su un patrimonio culturale di assoluto livello. Un modo per richiamare la città al dovere della memoria. Queste, in estrema sintesi, furono le considerazioni che io espressi, nella mia veste di vicesindaco in rappresentanza dell’amministrazione comunale, in occasione dell’inaugurazione del monumento funebre del 19 giugno 2004. E a conclusione del breve discorso, mi piacque recitare i meravigliosi versi sopra riportati, scritti per Alfredo Catalani da Giovanni Pascoli, che avevo letto sull’epigrafe murale posta nel centro storico di Lucca, in via Santa Giustina, dinanzi al Comune, dalla società musicale Guido Monaco in memoria del geniale ma sfortunato musicista.

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/apparve-per-brevi-anni-guardando-intorno-in-alto-in-se-#comentarios
Papa Alessandro II, vescovo di Lucca (di Domenico Riccio) http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/papa-alessandro-ii-vescovo-di-lucca-di-domenico-riccio- 2007-07-25T16:00:28+00:00 Quando Anselmo da Baggio venne eletto papa, il potere politico aveva un ruolo dominante anche nelle scelte ecclesiastiche. Lo stesso Anselmo, infatti, era stato nominato vescovo di Lucca non dal papa ma dall’imperatore, presso la cui corte aveva vissuto per circa tredici anni, dal 1040 al 1053. E le alte cariche della chiesa erano spesso rappresentate da personaggi molto discutibili e dediti alla simonia (acquisto e vendita di cariche ecclesiastiche) e al nicolaismo (concubinato). Nel 1045 morì il vescovo di Milano, Ariberto da Intimiano, e i milanesi chiesero all’imperatore di scegliere il successore fra quattro personaggi di specchiata moralità: Anselmo da Baggio, Arialdo da Carimate, Attone e Landolfo Cotta. Enrico III, invece, nominò il nicolaita Guido da Velate. Contro questi e per contrastare la diffusa depravazione del clero, nacque allora il movimento dei Patarini (forse dal termine spregiativo milanese pataria = straccio, pezzente), guidato da Landolfo Cotta e sostenuto, oltre che da Arialdo e Attone, dallo stesso Anselmo e da Ildebrando di Soana, che poi succederà sul soglio pontificio proprio ad Anselmo e diventerà il grande papa Gregorio VII. Poiché i Patarini, che incitavano a rifiutare i sacramenti somministrati dai sacerdoti corrotti e nicolaiti, facevano molta presa sulla popolazione, l’imperatore si decise ad intervenire e, mentre Guido scomunicava Landolfo e Arialdo, egli nominò Anselmo da Baggio vescovo dell’importante diocesi di Lucca. Anselmo si adoperò allora per il risanamento economico e morale della sua diocesi e si distinse per la realizzazione di numerose opere pubbliche. Fece ricostruire la chiesa di Sant’Alessandro (1057), “la più antica chiesa lucchese pervenuta fino ai nostri giorni con poche modifiche”, come scrive Maria Grazia Tolfo, e qualche anno dopo anche la chiesa di San Michele in Foro e il Duomo di San Martino, ove dispose che il Volto Santo, molto venerato in tutta la cristianità, venisse posto in una apposita cappella (non quella attuale che risale al 1482 ed è opera di Matteo Civitali). Alla morte di Niccolò II, avvenuta il 27 luglio del 1061, Anselmo da Baggio, sostenuto dall’amico Ildebrando e da tutti i riformatori, nonché dai normanni e da Beatrice di Toscana, il 30 settembre di quell’anno fu eletto papa dai cardinali vescovi, assunse il nome di Alessandro II e, conservando il titolo di vescovo di Lucca, prese possesso del trono pontificio. L’aristocrazia romana, che era rimasta esclusa dall’elezione in base ai dettami della bolla di Niccolò II del 1059, che non permetteva l’elezione di un papa da parte dei laici, si rivolse alla corte imperiale. E i vescovi germanici, riuniti nel concilio di Basilea il 28 ottobre 1061, non riconobbero l’elezione di Alessandro II e, dopo aver decretato patricius romanorum Enrico IV, dodicenne figlio di Enrico III, deceduto già nel 1056, elessero papa il vescovo di Parma Pietro Cadalo, che assunse il nome di Onorio II. L’antipapa Onorio II, sostenuto da Agnese di Poitou, imperatrice reggente, e da Benzone, vescovo di Alba, invase con le armi la sede pontificia e nel marzo del 1062 si insediò in Castel Sant’Angelo. Nel frattempo, però, l’arcivescovo di Colonia Annone, che era vicino ai riformisti, estromise Agnese dalla reggenza dell’impero, prese sotto la sua protezione il giovanissimo Enrico IV e tolse l’appoggio all’antipapa. A Roma, quindi, si venne a creare una situazione di stallo. Onorio II, indebolito, chiese sostegno ai bizantini; Alessandro II, invece, rafforzò l’intesa con i normanni. E mentre Goffredo di Lorena, marito di Beatrice di Toscana, coglieva la ghiotta occasione per farsi arbitro della contesa, ordinando a entrambe le parti di deporre le armi e invitando i due pontefici a ritirarsi nelle rispettive diocesi di Lucca e di Parma, il reggente imperiale Annone affidò il compito di dirimere lo scisma al nipote Burcardo, vescovo di Alberstadt. Burcardo decretò valida l’elezione di Alessandro II e questi, scortato dall’esercito di Goffredo, nell’aprile del 1063 poté fare ritorno a Roma. Onorio II tentò ancora di riprendersi il potere, ma il papa convocò un concilio in Laterano e lo fece destituire e scomunicare. La soluzione conclusiva dello scisma, però, si ebbe solo il 31 maggio del 1064, allorché, convocato il concilio di Mantova e presenti sia i vescovi italiani che tedeschi, Alessandro II fu definitivamente riconosciuto quale papa legittimo. Nel corso del suo pontificato, Alessandro II sostenne i normanni di Roberto il Guiscardo (col quale poi entrerà in dissidio) nella cacciata degli arabi e la conquista della Sicilia (1063), appoggiò Filippo I Capeto contro i musulmani di Spagna e Guglielmo di Normandia (detto il Conquistatore) contro l’usurpatore Aroldo per la conquista del trono d’Inghilterra (1066). Intervenne anche in Germania per risolvere le incessanti controversie fra i grandi prelati e incoraggiò la costruzione della grande Abbazia di Montecassino (che verrà distrutta quasi mille anni dopo dai bombardamenti americani del 1944 e ricostruita nel 1964). Nel 1069 morì Goffredo di Toscana e per il papa ricominciarono i problemi. I nobili romani, infatti, ne approfittarono per rivendicare la signoria della città di Roma. Nel 1070 ritornò a Lucca, che era rimasta la sua diocesi, ed inaugurò il ristrutturato Duomo, sul fronte centrale del quale, scrive Dino Grilli, fece murare una lapide per avvertire che chiunque avesse osato modificare o danneggiare l’edificio sarebbe stato scomunicato in eterno. Ecco il testo integrale dettato in esametri dallo stesso papa: “Uius que celsi radiant fastigia templi/ sunt sub Alexandro Papa Secundo constructa/ ad curam cuius proprios et praesulis usus/ ipse domos sedes presentes struxit et edes/ in quibus hospitium faciens terrena potestas/ ut sit in aeterno statuens anathemate/ sanxit milleque sex denis templum fundamine/ iacto lustro sub bino sacrum stat fine peracto”. In quello stesso anno, in Francia, si formava per la prima volta un’istituzione chiamata “La comune” o semplicemente “Comune”. Fu Le Mans il primo Comune d’Europa. L’idea di governi cittadini autonomi si estenderà poi a macchia d’olio non solo in Francia, ma anche nel resto d’Europa e nell’Italia settentrionale e centrale. Pare sia stato proprio Lucca il primo Comune d’Italia. Ma Alessandro II proseguì soprattutto la sua opera di moralizzazione della chiesa. Proibì al clero l’accumulo di benefici e la loro investitura da parte di laici e convalidò i decreti di Niccolò II sull’elezione papale. Affiancato dal suo amico Ildebrando, sostenne i Patarini (che un secolo dopo saranno scomunicati proprio da un papa lucchese, Lucio III) nella lotta contro la simonia e il concubinato, inasprì ulteriormente i rapporti con l’arcivescovo di Milano Guido, che fu costretto ad abdicare (1071), e sventò la nomina al suo posto di Goffredo, un prete antiriformista fedele ad Enrico IV, imponendo l’elezione di Attone e riproponendo così il problema dei rapporti tra papato e impero, che sarà poi proseguito con maggiore intensità ed efficacia dal suo successore Gregorio VII. Alessandro II, che era nato a Baggio nel milanese intorno al 1012, morì a Roma il 21 aprile 1073 e fu sepolto in Laterano.

]]>
http://damnic.lacoctelera.net/post/2007/07/25/papa-alessandro-ii-vescovo-di-lucca-di-domenico-riccio-#comentarios