Sproloquio sul mistero dell'esistenza del male e quindi anche del bene - prima parte
Lucca, 2006
1
- Aspettami un attimo, Ence - disse Elafia fermandosi
a riprendere fiato. - Non ce la faccio più!
Avevano fatto un salto a Pisa, la cittadina "vituperio
delle genti", conosciuta nel mondo per essere a circa
diciotto chilometri da Lucca, ed ora stavano montando in
fila indiana sulla torre "che pende, che pende e che mai
non vien giù".
Anche Encevaldo, che era davanti, si fermò e si girò
verso di lei.
- Dai, su! - gli fece con tono sostenuto, agitando la
mano per metterle fretta. - Non puoi mica bloccare tutta la
fila! Vedi quanta gente c’è dietro?
- Oh! - esclamò Elafia indispettita. - Se aspettano un
secondo non casca mica la torre!
- Che fai, vuoi portare iella? - la riprese Encevaldo.
Era la prima volta che lui visitava Pisa e saliva sulla
torre.
- E’ rimasta in piedi per quasi mille anni - aggiunse
Encevaldo toccandosi. - Non vorrai mica farla cascare
proprio oggi che ci siamo noi!
Si misero con le spalle al muro e fecero passare avanti
un po’ di gente. Dopo un paio di minuti ripresero a salire
ed Encevaldo si trovò casualmente dietro ad una gran
bella biondona nordica con una minigonna mozzafiato e le
mutandine bianche che si vedevano tutte.
Rimase incantato ad ammirare lo splendido panorama
che gli danzava proprio davanti al naso.
- Ma cosa guardi! - lo rimproverò Elafia, tirandolo per
un braccio.
- Eh! - fece Encevaldo, scuotendo la testa e senza
togliere lo sguardo da quella grazia di Dio.
- Stalle ancora più addosso, mi raccomando! - disse
ancora Elafia, notando che Encevaldo era ormai con la
faccia a ridosso della minigonna della straniera. - Ti
dovesse scappar via!
Ad un tratto la vichinga si fermò e per poco
Encevaldo non batté con il naso sulle chiappe di lei.
Rimase fermo con la faccia a due centimetri dal sedere di
lei.
- Dai, visto che ci sei, baciale il culo! - esclamò con
voce aspra Elafia, che seguiva da dietro tutta la scena ed
aveva continuato a richiamare il suo ragazzo, il quale però
fingeva di non sentire.
Encevaldo non se lo fece ripetere e, prendendo alla
lettera le parole di Elafia, dette davvero un baciotto
schioccante sulla parte scoperta del sedere della biondona
nordica.
- Ma sei tutto scemo!? - sbraitò, con voce dura e
frenata, Elafia furibonda e imbarazzata, che fino ad un
attimo prima era convinta di avere a che fare con un
ragazzo più o meno serio.
Entrambi alzarono subito gli occhi per vedere la
reazione della bella straniera.
L’altissima vichinga si girò di scatto, guardò per un
attimo negli occhi stupefatti e rassegnati di Encevaldo, il
quale era lì pronto a beccarsi una sonorissima sberla o
anche di peggio, e inaspettatamente gli fece un bel sorriso.
Poi disse qualcosa d’incomprensibile ad una sua amica
che la precedeva e che rise ad alta voce, quindi riprese
tranquillamente a salire.
- Ma guarda figure! - esclamò Elafia, che sembrava
vergognarsi peggio di una ladra. - Ti rendi conto che...
- Questo, ragazza mia, significa essere emancipati! -
sentenziò placidamente Encevaldo, interrompendo le
parole di lei, con un sorrisino compiaciuto sulle labbra. -
Perché le donne, dovresti saperlo, sono state create per
dare soddisfazione all’uomo ed io ora me ne son presa una
piccola piccola.
- Te, oggi, proprio non ti riconosco! - replicò quasi
rassegnata Elafia, che ancora non era riuscita ad assorbire
il disagio procurato dalla sconsideratezza del ragazzo.
- Ma tu - chiese invece lui - la Bibbia l’hai letta?
- Che c’incastra ora la Bibbia!?
- Come che c’incastra! - la rimbeccò Encevaldo. -
Non hai sempre detto di essere cattolica?
- E allora?
- Se sei cattolica, devi seguire gli insegnamenti della
Bibbia, no? La Genesi - aggiunse dopo tre secondi di
pausa. - Sai cos’è la Genesi?
- Certo che lo so.
- E sai anche cosa dice?
- Parla della creazione del mondo.
- E anche dell’uomo e poi della donna. E spiega con
chiarezza il motivo per cui questo popò di grazia di Dio è
stato creato.
Ed Encevaldo indicò con la mano le chiappe della
vichinga che continuavano a ballargli davanti agli occhi.
- Ma allora sei scemo sul serio! - esclamò Elafia con
furore. - La smetti di guardare il culo di quella lì?
- Non mi dire che sei gelosa! - rise Encevaldo. - E poi
dicono di quelli del sud!
- Certo, però, queste straniere... andare a giro così... -
commentò Elafia a bassa voce.
- Voi ragazze italiane siete ancora troppo indietro -
spiegò Encevaldo con tono sostenuto. - Non siete per
niente emancipate, non capite...
- Grazie! - ribatté Elafia indispettita. - Sei gentile
come sempre!
- Ma torniamo alla nostra Bibbia - disse ancora
Encevaldo, riprendendo il ragionamento di poc’anzi.
- Senti, cocco, prima però si fa una cosa - lo
interruppe Elafia tirandolo per la maglia. Non ne poteva
più di vedere il suo Encevaldo che continuava a fissare le
chiappe della bionda stangona venuta dal nord. - Vado io
avanti e tu vieni dietro di me.
Ma anche così cambiava poco. Un gradino più in giù,
Encevaldo lo spettacolo lo vedeva ancora meglio, anche
se l’aveva un pochino più distante. Allora Elafia cominciò
a rallentare fino a che la biondona non scomparve dietro
l’angolo.
- Devo ammirare il tuo? - domandò Encevaldo.
- Perché, non ti piace?
- E’ che il tuo te lo tieni ben coperto.
Quel giorno Elafia indossava un paio di pantaloni, di
quelli comodi, non attillati.
- Però - aggiunse Encevaldo - ti sto guardando come
fossi nuda e...
- Ma la fai finita? - lo zittì lei. - Mi dici cosa ti è
preso, oggi?
- Allora - disse Encevaldo, fingendo di non dar peso
alle parole della sua ragazza e riprendendo flemmatico il
discorso di prima, - dove eravamo rimasti? Ecco, già, si
parlava della Genesi e della creazione dell’uomo e della
donna. Li conosci, no, i motivi per cui la donna è stata
creata? C’è scritto con chiarezza.
- E cosa ci sarebbe scritto?
- Allora non l’hai letta!
- E’ per questo che ti sto chiedendo di spiegarmelo -
ribadì Elafia con quel poco di pazienza che ancora le
restava.
- Be’, visto che me lo chiedi, una mano potrei anche
dartela - acconsentì Encevaldo. - Tra l’altro ho anche
scritto qualcosa sull’argomento. Anzi, se ci tieni, te lo
faccio leggere, così si fa prima. Per la verità il problema
che tratto è un altro, ma anche il motivo della creazione
della donna è parte fondamentale del mio sproloquio.
- Sproloquio? - ripeté Elafia, un pochino incuriosita.
- Sì. Si intitola proprio sproloquio. Non ti piace?
- Mah!
- Anzi, per essere più precisi, il titolo completo è
questo: "Sproloquio sul mistero dell’esistenza del male e
quindi anche del bene".
- E cosa vuol dire?
- E’ la dimostrazione logica del motivo per cui esiste
il male e...
- Non mi dire che hai scritto - lo interruppe Elafia,
che credette di avere intuito qualcosa, - che la donna è la
causa di tutti i mali!
- Più o meno ci sei, ma non è come pensi. Diciamo
che Eva è servita allo scopo e quindi, commettendo il
peccato originale e facendolo commettere anche ad
Adamo, ha contribuito alla rovina dell’uomo e quindi alla
sua felicità... e naturalmente anche a quella della donna.
- Non ti seguo più - si arrese Elafia, tirando nel
contempo un sospiro di sollievo. - Poi me lo spieghi
meglio. Guarda che panorama!
Erano finalmente arrivati in cima alla torre.
- Dopo te lo faccio leggere. Il testo é chiarissimo.
2
Avevano appena attraversato la galleria che delimita il
confine tra le province di Lucca e Pisa e scendevano con
l’auto verso Santa Maria del Giudice, nel verde territorio
lucchese.
Encevaldo guardò Elafia e le fece un sorriso.
- Oggi ti sei divertita un mondo sulla torre, vero? - le
chiese.
- Sei stato scemo forte con quella lì! - disse Elafia,
che rivide la scena dentro di sé. - Ma come ti è saltato in
mente di baciarla proprio lì?
- Bacetto innocentissimo fu! - si difese Encevaldo,
con un finto accento siciliano. - Lei che è del nord lo ha
capito subito e mi ha anche sorriso. E poi, scusa, non sei
stata tu a dirmelo?
- Con te bisogna stare attenti alle parole... non si può
neanche...
- Vuoi proprio sapere perché l’ho fatto? - interruppe
Encevaldo con voce allegra e suadente.
- Sono proprio curiosa.
- L’ho fatto perché ero felice. Felice di stare con te, di
farti arrabbiare, di farti ingelosire, di fare una mattata, di...
- Allora vuoi sapere un’altra cosa? - interruppe a sua
volta Elafia, poggiando la sua mano su quella di
Encevaldo. - Anch’io mi sento felice come non sono mai
stata. Felice di stare con te, di vederti fare lo scemo, di
sentirti dire sciocchezze.
Encevaldo prese nella sua la mano della ragazza e la
strinse.
- Certo - aggiunse Elafia con soddisfazione. - Dopo
tutti i guai che mi sono capitati, mi ci voleva proprio un
matto come te che mi facesse star bene...
La vita di Elafia era stata molto travagliata. Rimasta
orfana di mamma a soli dieci anni e con un padre che si
ritirava a casa quasi sempre ubriaco, aveva sofferto
davvero tanto. A vent’anni, poi, aveva deciso di andar via
di casa e si era stabilita a Lucca, dove faceva l’impiegata e
viveva da sola in un piccolo appartamento del centro
storico. Quindi aveva conosciuto Encevaldo, si era
innamorata di lui e la sua vita sembrava cambiata.
- Vedi che ho ragione io? - disse Encevaldo. - Se nella
vita non ci fossero i guai, non ci sarebbe neanche la
felicità. Dopo la tempesta viene il sole, dopo la notte il
giorno, dopo i problemi le soddisfazioni, e viceversa. Ci
vuole sia il male che il bene; o meglio, è proprio il male
che fa capire ed apprezzare il bene, altrimenti non si
darebbe peso a niente e ...
- Che fai, il filosofo? - lo interruppe Elafia.
- La filosofia mi è sempre piaciuta - rispose
Encevaldo, - ma questo me l’ha insegnato la vita.
- A pensarci bene, in effetti - ammise la ragazza dopo
un attimo di riflessione, - tutti i torti non li hai. Chi ha
sofferto, chi ha fatto una vita dura come la mia, le gioie
dopo le apprezza di più.
- E’ la tesi del mio sproloquio - confermò Encevaldo
soddisfatto.
- Sono proprio curiosa di leggerlo codesto tuo
sproloquio.
- Appena arriviamo a Lucca. Così imparerai che la
donna è stata creata per far felice l’uomo e...
- Rivuoi litigare?
3
Entrarono nel centro storico di Lucca da porta Santa
Maria. Attraversata la piazza, raggiunsero in un baleno la
via dei Borghi, parcheggiarono l’auto accanto alla chiesa
di San Leonardo e, mano nella mano, si diressero verso la
casa di Encevaldo, che era lì a due passi.
Fatte le scale, entrarono ed Encevaldo abbracciò
Elafia. Le bocche si cercarono e si unirono.
- Ma non dovevi farmi leggere il tuo sproloquio? -
chiese ad un tratto la ragazza, staccando le labbra.
- Hai ragione. Ogni promessa è debito.
Encevaldo raggiunse uno scaffale, prese una cartella e
tirò fuori alcuni fogli dattiloscritti.
- Ecco lo sproloquio - disse, porgendoli ad Elafia.
Lei li prese e iniziò a leggere ad alta voce.
"Sproloquio sul mistero dell’esistenza del male e
quindi anche del bene".
- Ma lo devo proprio leggere tutto? - fece Elafia,
interrompendosi subito e alzando gli occhi verso
Encevaldo. - Mi sembrano tante pagine.
- Non sono molte.
Elafia riprese a leggere.
"Nessuno pensi che la vita sia bella senza problemi.
Una vita senza problemi, per noi, fortunati abitanti di
questo mondo, non è neppure prevista, perché Dio, nostro
creatore e padre premuroso, così ha voluto per il nostro
bene. Il problema, dunque, non è quello di avere o meno
problemi, perché per fortuna ci sono, ma di renderci
conto che proprio essi sono la causa delle nostre
soddisfazioni e dobbiamo ringraziare Dio per averceli
concessi".
- Ma che dici! - fece Elafia. - Dobbiamo ringraziare
Dio perché ci ha creato i problemi? Magari potessimo
avere una vita senza problemi!
- Sarebbe una vita inutile - disse tranquillo Encevaldo.
- Invece sarebbe meraviglioso. E poi come fai a dire
che è stato Dio a darci i problemi? Non ce li siamo creati
da soli?
- Mi sembra che tu faccia troppe domande. Vai avanti
e capirai da sola.
"In principio - continuò a leggere Elafia - Dio creò
l’uomo senza problemi, lo chiamò Adamo, lo pose nel
paradiso terrestre e pensò d’aver fatto cosa buona. Ma
l’uomo, com’è noto, dopo aver dato il nome alle cose e
agli animali, così come gli aveva detto Dio in persona,
cominciò ad annoiarsi e non era affatto felice. Dio se ne
avvide e si preoccupò. "Gli ho creato il cielo - diceva tra
sé - con il sole per il giorno e la luna e le stelle per la
notte, il mare che trabocca di pesci, la terra colma di
animali e di piante, poi ho fatto lui a mia immagine e
somiglianza, gli ho dato la vita e l’ho posto in questo
paradiso dove nulla gli manca e dove tutto è a sua
disposizione, perché dunque non è soddisfatto?". Per un
attimo pensò di discutere del problema proprio con
Adamo, oppure con gli angeli (chi altri c’era?); perché
spesso da quelli che meno te l’aspetti...! Poi, però,
pensando alle conseguenze per la sua immagine, "per
l’amor di Dio! ", esclamò e non ne fece di nulla".
- Descrivi Dio come se fosse un uomo! - commentò
Elafia. - Un Dio che crea l’uomo, poi lo vede giù di corda
... e pensare che lo aveva fatto senza problemi! ... e non
riesce a capire perché e si preoccupa di lui.
- Proprio così. E’ un padre premuroso.
"Non gli rimaneva - proseguì Elafia - che leggere nei
pensieri dell’uomo. Lo fece e vide che Adamo era abulico
e sciatto, aveva una sorta di cervello piatto. Non solo non
era felice, ma non faceva niente per esserlo. E non se ne
comprendevano neanche i motivi: se ne stava lì in
disparte, solo, apatico e non sapeva neanche lui cosa
volesse. Dio, però, voleva troppo bene all’uomo, lo
considerava suo figlio, non sopportava di vederlo così,
doveva fare qualcosa".
- E a questo punto, ci scommetto, gli creò la donna! -
esclamò Elafia.
- Non ancora - precisò Encevaldo.
Elafia riprese a leggere lo sproloquio.
"E cercò di dargli una mano. Allora - è scritto nella
Bibbia - Dio modellò, ancora dal terreno, tutte le fiere
della steppa e tutti i volatili del cielo e li condusse
all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in
qualunque modo l’uomo avesse chiamato gli esseri
viventi, quello doveva essere il loro nome. Ne fece di
grandi e di piccoli, di brutti e di belli, di simpatici e di
antipatici. Appena creati, li conduceva all’uomo affinché
egli li conoscesse, li chiamasse per nome, ci facesse
amicizia e fosse con essi felice. Ma Adamo li guardava
senza entusiasmo, metteva ad essi il primo nome che gli
passava per la mente e, poiché non era attratto più di
tanto da essi, si riponeva sdraiato una volta sotto una
quercia e una volta sotto un ulivo, staccava i petali
bianchi di una margherita, adocchiava distratto una
foglia d’edera e un minuscolo garofano, capitati lì per
caso, e si rigirava dall’altra parte più annoiato che mai".
- Parli di Adamo come se si trattasse di Romano
Prodi! - disse Elafia alzando gli occhi e facendo un lieve
sorriso.
- Vedo che sei una buona osservatrice.
- Ma visto che c’eri, perché non ci hai messo anche
una falce ed un martello, così facevi tutto il centrosinistra?
Anche Encevaldo sorrise.
"Un giorno Dio - continuò a leggere Elafia, -
guardando da lontano sotto la solita quercia, vide
finalmente che l’uomo si era alzato e si dimenava tutto:
sembrava giocasse con notevole interesse. Poi,
avvicinatosi, capì che purtroppo la cosa era diversa. Non
solo Adamo non si stava divertendo, ma, al contrario, era
nervosissimo. Agitava le mani non certo per giocare, ma
per scacciare gli ultimi, fastidiosissimi insetti che Lui gli
aveva creato: le mosche e le zanzare".
- La storiella delle mosche e delle zanzare -
commentò Elafia - non mi sembra un granché. Potevi
farne a meno, anche per rispetto nei confronti di Dio.
- Hai ragione. La cancellerò.
"Il tempo passava e l’uomo continuava ad annoiarsi.
Dio allora cominciò quasi a perdere la pazienza. "Ho
impiegato solo una settimana per fare l’intero creato -
disse dopo un paio di mesi, - ho donato tutto questo ben di
Dio all’uomo che non lo apprezza per niente ed ora, dopo
così tanto tempo, non mi riesce di trovare una soluzione
per renderlo felice. Rimane però sempre la mia migliore
creatura, l’unica creata a mia immagine e somiglianza,
anche se sembra che mi somigli così poco. Comunque
prima o poi ne verrò a capo e grande sarà la mia
soddisfazione". E rimase a riflettere".
- Dio perde anche la pazienza?
- L’ha persa un sacco di volte da quando ha creato
l’uomo. Pensa alla cacciata dal paradiso terrestre, alla
torre di Babele, alla schiavitù del popolo eletto prima a
Babilonia e poi in Egitto o, peggio ancora, al diluvio
universale.
- Già!
"Per non farvela troppo lunga, vi dico subito che fu
proprio quest’ultimo concetto a condurlo verso la divina,
risolutiva intuizione: la soddisfazione deriva proprio dal
problema, dalla sua soluzione, il gusto del riposo è
causato dalla stanchezza, la gioia proviene dal dolore, la
felicità dall’angoscia e così via. Il segreto era tutto lì".
- E infatti ora anch’io sono stanca di stare in piedi e se
mi metto a sedere provo una bella soddisfazione.
- Hai ragione. Mettiamoci a sedere.
4
Si sedettero entrambi sul divano ed Elafia riprese a
leggere.
"Adamo conosceva solo la noia, perché aveva tutto e
non doveva far nulla. Come faceva a gioire, se mai aveva
sofferto? Come poteva apprezzare la vita, la salute, la
bellezza e tutti i doni che Dio gli aveva fatto, se non
conosceva la privazione, la malattia, il dolore, la fatica?
Se a un figlio concedi ogni cosa, egli non apprezza nulla.
Senza dolore non c’è gioia, senza patimento non c’è
felicità, senza male non c’è bene".
- Ma, insomma, la donna la fa o non la fa?
- Tra poco farà anche la donna, così sarai contenta -
rispose Encevaldo. - Ma condividi o no quello che hai
appena letto?
- Non so. Se ci tieni a saperlo, io sono ancora convinta
che la vita sarebbe tanto più bella se non esistessero le
cose brutte.
- Dici così perché di cose brutte ne conosci già tante e
di conseguenza ti farebbe piacere avere solo momenti
belli. Ma mettiti un attimo nei panni di Adamo: lui era
appena stato creato, non aveva alle spalle un mondo di
nefandezze, non aveva esperienze di vita negative, non
sapeva cos’era il dolore, ciò che era bene e ciò che era
male e si annoiava proprio per questo.
- Mi vorresti convincere che è meglio se si hanno
problemi e sofferenze?
- No. Vorrei farti capire che se non ci fossero
problemi e sofferenze, non ci sarebbero neanche le gioie e
le soddisfazioni.
Elafia lo guardò per un attimo senza parlare e poi
riprese a leggere.
"E logicamente, più grandi sono le privazioni e i
problemi e maggiori le possibili conseguenti
soddisfazioni. Adamo, dunque, per essere felice aveva
bisogno di problemi, di un sacco di problemi, e il Signore
decise di aiutarlo. E poiché gli voleva davvero un gran
bene e desiderava che gioisse alla grande, cominciò col
regalargli il problema più grosso, quello capace di
generare a catena un mare di possibili problemi, e gli
creò la donna".
- Oh, eccola finalmente!
- Sei contenta?
- Immaginavo che avresti scritto così. La donna è
dunque per te il problema più grosso che genera problemi
a catena? Vorrei vedervi voi uomini senza le donne!
- Saremmo ancora nel paradiso terrestre.
- A morire di noia.
- Vedi che cominci a capire?
"Allora Dio scese nel giardino dell’Eden e fece
cadere sull’uomo un sonno profondo. Poi gli tolse una
delle costole e richiuse la carne al suo posto. E Dio
costruì la costola, che aveva tolto all’uomo, formandone
una donna. Poi la condusse all’uomo. E quando l’uomo si
svegliò, si stropicciò gli occhi, vide quella nuova
creatura, la osservò con curiosità, s’accorse che anche lei
lo guardava meravigliato e alla fine, senza saperlo, disse:
"Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia
carne! Costei si chiamerà donna... e che Dio ce la mandi
buona!". Sia lui che lei erano ignudi, continuavano a
guardarsi a vicenda, cominciarono a notare con sempre
maggiore interesse gli organi che li distinguevano e,
poiché Dio non aveva fornito loro alcuna spiegazione,
convinto che almeno a quello ci sarebbero arrivati da
soli, cercavano di capire se, oltre alle ordinarie funzioni
corporali, quegli attributi potessero servire a
qualcos’altro".
- Poverini! Dagli il tempo di provare!
- Mi sa che non fanno in tempo.
- Caino e Abele però li faranno!
- Sì, ma dopo il casino del peccato originale.
"Come ben sapete - continuò a leggere Elafia, - il
primo atto della donna non fu quello di fare all’amore,
bensì di farsi confondere dal serpente, di cogliere il frutto
dall’albero proibito, di mangiarlo e di darne un boccone
anche ad Adamo. Ma il serpente - dice testualmente la
Bibbia - era la più astuta di tutte le fiere della steppa che
Dio aveva fatto, e disse alla donna: "E’ dunque vero che
Dio ha detto: non dovete mangiare di tutti gli alberi del
giardino?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti
degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del
frutto che sta nella parte interna del giardino Dio ha
detto: non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare,
per paura che ne moriate". Ma il serpente disse alla
donna: "Voi non morirete affatto! Anzi Dio sa che nel
giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno allora i
vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene
e del male".
(continua)

Batti il ferro quando è caldo